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L'ultima sponda e il paradosso calvinista

di Francesco Natale - 27 giugno 2008

L'Italia è senza dubbio un paese che vanta una tradizione giuridica di tutto rispetto: dalla legge delle Dodici Tavole, passando alla costituzione delle Quaestiones, primi tribunali penali della storia europea, per arrivare al Corpus Iuris Civilis giustinianeo introdotto nel 538 d.C., fino alla fondazione della rinomata facoltà di Scienze giuridiche a Bologna, nell'XII secolo. Un processo storico lungo, complesso, affascinante e, soprattutto, realmente ed efficacemente laico nel suo svilupparsi, ovvero teso a separare in maniera progressivamente sempre più netta la morale privata dal diritto penale e civile. Certo, oggi l'Italia è afflitta da un corpus legislativo pletorico, spesso contraddittorio, confuso e inconoscibile nella sua interezza per molti operatori del settore, figuriamoci per i comuni cittadini: per questo una massiva deregulation è non solo auspicabile, ma addirittura imprescindibile.

Ma, grazie a Dio, l'Italia non ha mai conosciuto la regressione giuridica che ha contraddistinto per un certo periodo i paesi in cui dilagò l'eresia calvinista, paesi nei quali - basti pensare agli eccessi del puritanesimo statunitense - morale privata e diritto penale ritornarono a coincidere, con le conseguenze che tutti conosciamo: caccia alle streghe, roghi, tortura. Roba da fare impallidire il Vecchio Testamento, paragonabile allo «Stato di diritto» (si fa per dire...) iraniano. Oggi esiste in Italia una corrente trasversale alla sinistra, che parte dagli ex-rifondaroli ancora ustionati dal macello elettorale, incrocia le frange più ipocritamente perbeniste del Pd e ha la sua punta di diamante nella cosiddetta «Italia» dei cosiddetti «Valori», corrente di cui fanno parte gli stessi soggetti che strepitano ogni volta che il cardinale Bagnasco apre bocca, che vedono lo spettro dell'ingerenza vaticana dietro ogni angolo, che considerano la religione come fatto «assolutamente privato», tanto da criticare pesantemente il loro quasi leader Veltroni quando sostiene il contrario. Ebbene, questi lacisti convinti, senza se e senza ma, sono prontissimi ad abbracciare religiosamente le lungimiranti politiche giudiziarie di Cotton Mather e di tutta la sua ghenga di aguzzini in cappellaccio floscio e scarpe con la fibbia: rivogliono forche e roghi, la lapidazione degli adulteri, i processi per stregoneria.

Esemplificativo quanto essi hanno espresso riguardo al necessario giro di vite in materia di intercettazioni (124.000 i cittadini italiani intercettati nel 2007. Circa 5.000 in Francia nello stesso periodo): «Se qualcuno non ha nulla da nascondere non dovrebbe temere di essere intercettato». Assunto pericoloso, al quale segue il corollario calvinista in base al quale tutti sono comunque colpevoli di qualcosa. Oppure, come parte della cosiddetta magistratura si ostina a sostenere: «Le intercettazioni sono uno strumento indispensabile, oltre ai collaboratori di giustizia, per il lavoro dei Pubblici Ministeri». Verrebbe quindi spontaneo pensare che chi gestisce il traffico delle intercettazioni da un lato e il mercato dei pentiti dall'altro abbia realmente in mano i destini non solo del potere giudiziario (quello effettivo, non più quello, ahimè, le cui competenze stanno scritte a chiare lettere sui nostri codici, ormai violati e pervertiti dalla prassi), ma anche del paese intero.

Ergo, essi pretendono di far nuovamente coincidere morale e diritto penale, cancellando con un repentino colpo di spugna oltre due millenni di civiltà giuridica, in barba al tanto declamato laicismo di cui si dicono portabandiera. Non solo: come se questa barbarica regressione giudiziaria non bastasse, stiamo pure diventando un paese dove alle due Camere espressamente previste dalla tanto venerata Costituzione se ne sono affiancate de facto altre due, ovvero la Corte Costituzionale e, guarda caso, il Consiglio Superiore della Magistratura, le cui ingerenze ed esternazioni, assai poco laiche invero, hanno davvero dell'inaudito o del drammaticamente surreale.

Purtroppo, una volta di più, risultiamo essere un paese senza memoria: nulla sembra essere cambiato da quel lontano 1983 che costò vita e reputazione all'innocente Enzo Tortora, massacrato ingiustamente in 5 anni di calvario giudiziario. Ancora oggi dovremmo chiedere conto al senatore Andreotti del perché e del percome sterilizzò il referendum promosso e stravinto da Bettino Craxi sulla responsabilità civile dei magistrati. Certo, comprendiamo perfettamente come per parte significativa dell'attuale opposizione il cavallo di Troia giudiziario sia l'ultima sponda, l'ultimo strumento rimasto per condurre alla bell'e meglio una battaglia politica che di politico non ha più nulla, una battaglia che non ha più alcun rapporto con la realtà, spesso drammatica, che il nostro paese si trova ad affrontare, una battaglia che, qualora fosse malauguratamente vinta, consegnerebbe le chiavi della nostra libertà e della nostra sovranità popolare in mano ad una masnada di carcerieri e ai loro pallidi e livorosi lacchè...

! Francesco Natale
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