RAGIONPOLITICA.it - Giornale online di cultura e politica Logo RAGIONPOLITICA.it
numero 280
6 marzo 2008
 
HOMECHI SIAMOCREDITSSCRIVI  
 
 
segnala ad un amicosegnala l'articolo ad un amico stampa l'articolostampa l'articolo

Leonardo Facco

C'era una volta il Che

recensione di Mario Secomandi - 28 giugno 2008

Altro che «Robin Hood» latinoamericano. Altro che «Libertador» ed «Heroe del pueblo». Altro che «eroe romantico» e paladino dell'umanità oppressa e diseredata. Il nuovo libro di Leonardo Facco, provvisto di un'abile raccolta di documentazioni e testimonianze, squarcia il velo di menzogne che la propaganda ideologica di sinistra ha steso da più lustri sulla reale storia biografica di Ernesto Guevara de la Serna, meglio conosciuto come «Che» Guevara. Ecco qui finalmente smascherato in maniera capillare ed esaustiva uno dei più celebri falsi miti, già assurto ad icona idolatrica dai neocomunisti di mezzo mondo, tra cui i nostrani, dai centri sociali al ceto politico-intellettuale sinistrista fino al mondo dello spettacolo di matrice radical-chic.

Una prima contraddizione tra l'impianto ideologico della sinistra e la realtà dei fatti è la strumentalizzazione a fini prosaicamente capitalistici della figura rivoluzionar-proletaria del «Che»: la sua foto col basco con la stella rossa ed il viso barbuto continua a campeggiare su milioni e milioni di magliette e gadget nel mondo intero. Quasi si trattasse di una vera e propria «rock star» dai tratti immortali, o di un divo famoso da venerare, o di una sorta di santone cui tributare un culto para-religioso. Finanche le sue reliquie (e di ciò i fratelli Castro ne sanno qualcosa, visto che fanno di tutto a scopi auto-propagandistici per tenerne le spoglie nel loro Paese) rappresentano merce preziosissima che quasi finiscono all'asta per centinaia di migliaia di dollari.

Gli elementi di verità che emergono in merito all'analisi biografica del guerrigliero argentino sono anzitutto una personalità insensibile, egoista e violenta, di concerto con comportamenti da assassino e criminale, tale da costituire un'autentica «macchina da morte». E' stato lui stesso ad esplicitarlo: «Fucilazioni? Siiii, abbiamo fucilato. Continuiamo e continueremo a fucilare finchè sarà necessario. La nostra lotta è una lotta fino alla morte». Queste sono le farneticanti dichiarazioni rese dal Nostro durante una sessione dell'Onu nel 1964. Ad una sua donna del momento, qualche anno prima, poi confidò, mentre si trovava a combattere nella selva cubana, di essere «assetato di sangue».

Sadico, cinico e spietato, il «Che» provava piacere e godimento dalla morte violenta degli altri, dai nemici ed oppositori politici (molti dei quali fucilati direttamente da lui con connesso colpo di grazia in piena nuca) fino ai suoi stessi companeros sottoposti, od «ex compagni d'armi conservatisi democratici», malcapitate vittime accusate di tradimento e/o spionaggio. Peccato che quasi sempre ne facesse difetto la «prova incriminatoria». Giudizi sommari erano alla base di pene di morte ed aggressioni usate a guisa di strumento e lezione di terrore nei confronti della popolazione, che doveva stare sempre sottomessa. Dispotico ed indifferente verso i suoi subordinati, l'Ernesto si rese protagonista di una vera e propria carneficina in quel dell'ex fortezza de «La Cabana», in conseguenza della «Comision depuradora» e del «Tribunal revolucionario» messi su dai rivoluzionari comunisti. Altro che «beniamino degli oppressi» e «messaggero di pace». Il «Robespierre cubano» non faceva mancare le torture a chi veniva spedito nei campi di lavoro dell'isola caraibica, pieni, fra gli altri, di dissidenti democratici ed artisti. «Salire le scale delle varie prigioni con scarpe zavorrate di piombo; tagliare l'erba coi denti; essere impiegati nudi nelle quadrillas di lavori agricoli; venire immessi nei pozzi neri (di escrementi)». Queste erano le condizioni in cui si trovavano i perseguitati dal «Che», costretti a stare stipati come sardine in celle disciplinari chiamate «tostadoras», cioè tostapane, visto il calore insoportabile che emanavano. All'ordine del giorno c'erano «sessioni di lavoro estremo sotto il sole tropicale, maltrattamenti ed esecuzioni sommarie per coloro che non raggiungevano gli obiettivi».

Che Guevara è stato il protagonista, in sinergia con Fidel Castro, della rivoluzione cubana del 1959. Tutti devono sapere che il «Che» ha avuto per davvero l'occasione di mettere in pratica anche in ambito politico-istituzionale la sua ideologia marxista. E fu un netto e totale disastro fallimentare per il Paese. Altro che «giustizia sociale». Il socialismo scientifico fu attuato già verso la fine del 1959 allorchè egli assunse l'incarico di direttore della Banca nazionale di Cuba e del Dipartimento dell'industria dell'Istituto nazionale per la riforma agraria. Nel 1961 egli divenne ministro dell'industria del governo cubano.

Il risultato della sua pessima politica economica fu il crollo totale della produzione di zucchero, per cui si fu costretti a ricorrere al razionamento. Non è dunque a causa dell'embargo americano, ma a motivo dell'industrializzazione forzata accelerata propria del sistema di «pianificazione collettivista» che a Cuba vanno per la maggiore «perdite, furti, distrazione di risorse, indisciplina finanziaria, inefficenza», fame e povertà estrema per il popolo, prima un po' compensate dalle elargizioni dell'ex Unione Sovietica. E pensare che (senza qui voler fare un'apologia della previa dittatura di destra di Batista) fino agli anni immediatamente precedenti la rivoluzione cubana comunista, l'isola figurava tra le quattro economie di maggior successo dell'America latina, e al ventiduesimo posto tra i Paesi del mondo. Mentre con Batista l'emigrazione era inesistente, col «Che» e i fratelli Castro oltre centomila persone hanno trovato la morte nel tentativo di evadere dall'inferno isolano caraibico ed approdare nel paradiso liberale statunitense. Altro che «sistema di produzione destinato alla creazione dell'uomo nuovo». La realtà è il disastro socio-economico cubano. La verità a tal riguardo l'ha detta Ernesto Betancourt, che ha dichiarato: «Ho riscontrato nel Che un'ignoranza assoluta anche nei più elementari principi economici».

Insomma, Che Guevara è stato proprio un fallito. Nei suoi maldestri tentativi di esportare la rivoluzione in altre parti del pianeta, dal Congo fino in Guatemala, Messico e Bolivia (dove è stato ucciso nel 1967) si è riscontrata tutta la sua «incompetenza tattico-militare». Nella guerriglia non di rado soleva lasciare documentazioni riguardanti il proprio gruppuscolo nelle mani dei nemici. E pensare che nel 2007, in occasione del quarantenario della sua morte, in Bolivia metà della popolazione non accettava che il presidente Evo Morales elogiasse l'«invasione di mercenari» che ussicero molti soldati boliviani e non pochi civili autoctoni, per ricondurre il Paese andino sotto l'egida della dittatura castrista.

Per finire una perla esemplare della sua intima concezione di libertà di pensiero e d'espressione. Rivolto alla platea degli studenti dell'università di Santiago de Cuba, nel 1959, disse: «Gli universitari individualisti devono sparire. La vocazione personale non svolge un ruolo determinante. Per questo motivo è criminale pensare alle necessità dell'individuo. Solo lo Stato ha il diritto di decidere cosa deve studiare una persona, se devono laurearsi dieci avvocati o cento chimici industriali. Qualcuno dirà che questa è dittatura ed hanno ragione. E' una dittatura».

Altro che «pacifismo arcobaleno» e «mito del comunista buono». I pacifinti antiamericani no global e no war forse non sanno che il «Che», sulla Revista verde olivo, Prensa latina, ebbe a blaterare: «La via pacifica è da scordare e la violenza è inevitabile. Per la realizzazione di regimi socialisti dovranno scorrere fiumi di sangue nel segno della liberazione, anche al costo di milioni di vittime atomiche». Ultila chicca per i «comunisti arcobaleno»: Che Guevara odiava e disprezzava i negri, gli indios messicani e , toh, anche gli omosessuali, i quali furono anch'essi rinchiusi nei campi di concentramento cubani, in quanto considerati assieme ai capelloni elementi d'ostacolo all'imposizione coatta e totalitaria della nuova «morale rivoluzionaria».

! Mario Secomandi
Gli ultimi commenti
SCRIVI UN COMMENTO A QUEST'ARTICOLO

i migliori verranno pubblicati in queste pagine

Nome o nickname:
Titolo:
Commento:
Caratteri disponibili:


 

Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail

C'era una volta il Che
  • Autore:
    Leonardo Facco
  • Editore:
    Simonelli
  • Prezzo: 12,00 €
  • Pagine: 107

IN QUESTO NUMERO

Ragionpolitica, periodico on line n.269 del 24/6/2008
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
© 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata
Riproduzione riservata