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Mugabe presidente. Per quanto ancora?di Anna Bono - 1 luglio 2008 Robert Mugabe è stato ufficialmente proclamato presidente dello Zimbabwe per la sesta volta. È successo il 29 giugno dopo che un rapido spoglio delle schede gli ha attribuito l'85% delle preferenze al ballottaggio svoltosi due giorni prima. Il fatto a dir poco anomalo è che a quel confronto elettorale Mugabe, al potere da 28 anni, si è presentato da solo e malgrado la decisione del suo avversario, il leader dell'opposizione Morgan Tsvangirai, di ritirarsi dalla competizione in considerazione del clima di violenza e intimidazione determinatosi nelle ultime settimane che, a detta di tutti gli osservatori, anche i più benevoli nei confronti del presidente, rendeva impossibile un voto libero e imparziale. Subito dopo l'investitura, Mugabe è volato in Egitto in tempo per l'apertura dell'XI summit dei capi di stato e di governo membri dell'Unione Africana in corso a Sharm el Sheikh dal 30 giugno al 1° luglio. Questo dimostra innanzi tutto che è abbastanza sicuro dei propri servizi di sicurezza e del proprio apparato militare da lasciare il paese in una situazione così critica: una decisione, quella di un viaggio all'estero, che in passato è costata il potere a più di un capo di stato africano, ultimo fra tutti quello della Mauritania, Maaouya Ould Sid'Ahmed Taya, recatosi in Arabia Saudita per partecipare ai funerali di re Fahd e nel frattempo deposto da un colpo di stato militare nell'agosto del 2005. La presenza di Mugabe al vertice di Sharm el Sheikh, così come a quello della Fao svoltosi a Roma all'inizio di giugno, conferma inoltre la sua determinazione a sfidare qualsiasi autorità, ma soprattutto prova quanto in realtà questi e altri organismi, al di là delle dichiarazioni ufficiali, siano tutt'altro che concordi quando si tratta di giudicare il comportamento, anche il più illegittimo e riprovevole, di un loro membro. L'ambiguità di fondo nasce dal fatto che esponenti del mondo libero e dittatori siedono fianco a fianco e si capisce che non possano assumere posizioni unanimi su questioni rispetto alle quali le loro valutazioni differiscono radicalmente. Così si spiega come mai il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per influenza del Sud Africa che vi occupa uno dei seggi a rotazione, appoggiato da Cina e Russia, detentrici di seggi permanenti con diritto di veto, abbia più volte modificato il testo di una prima risoluzione proposta il 28 giugno, che definiva «illegittimo» il ballottaggio, approvando alla fine una dichiarazione che si limita a deplorare che il «clima di violenza e le restrizioni imposte all'opposizione» abbiano impedito in Zimbabwe un voto libero, corretto e imparziale. Le prossime mosse dovrebbero toccare adesso proprio all'Unione Africana, la prima sede in cui discutere il futuro di uno stato africano, dotata della facoltà e dei mezzi necessari a gestire situazioni come quella creatasi in Zimbabwe. Già sono state avanzate proposte concrete che potrebbero essere subito discusse a Sharm el Sheikh. Il vescovo sudafricano e premio Nobel per la pace 1984, Desmond Tutu, e il vice presidente del Kenya, Raila Odinga hanno suggerito un intervento militare dei «caschi verdi». Morgan Tsvangirai da parte sua, forte del biasimo espresso dal Segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, e da alcuni capi di stato e di governo occidentali ha offerto un punto di partenza per una soluzione politica avanzando l'ipotesi di un governo di unità nazionale che provveda alla stesura di una nuova carta costituzionale e consenta al più presto il ritorno alle urne in condizioni di legalità e libertà. Però Tsvangirai vorrebbe assumere la presidenza del governo ad interim lasciando al «padre della nazione» una carica di capo di stato meramente onorifica. Tuttavia il vero punto critico è dato dall'atteggiamento che vorranno assumere i leader convenuti in questi giorni nella località turistica egiziana: che non sono esattamente dei paladini del sistema democratico sul modello occidentale. Non lo è Yoweri Museveni, ad esempio, da 20 anni presidente dell'Uganda, e con lui Idriss Déby, in Ciad, e Paul Biya, in Camerun: tutti e tre hanno ottenuto modifiche costituzionali grazie alla quali ora potranno ricandidarsi finché vorranno senza il limite dei due mandati precedentemente previsto proprio per evitare che ciò accadesse. Altri leader sono al potere da più tempo ancora di Mugabe e Museveni: il più longevo è Omar Bongo, presidente del Gabon da 41 anni, seguito da Muhammar Gheddafi, che guida la Libia dal 1969. Poi ci sono i leader che neanche pensano al voto, come Isaias Afewerki in Eritrea, e quelli come Faure Eyadema, in Togo, e Joseph Kabila, nella Repubblica Democratica del Congo, eredi politici dei padri che a loro volta avevano conquistato la carica con la forza. In fin dei conti, persino Thabo Mbeki, liberamente e democraticamente scelto dal popolo sudafricano, ha mostrato più che indulgenza nei confronti di Mugabe definendo, come si ricorderà, la crisi innescata dalle elezioni di marzo «un normale processo post elettorale».
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Ragionpolitica, periodico on line n.270 del 1/7/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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