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Non archiviare il dossier nordcoreanodi Stefano Magni - 1 luglio 2008 Il caso della Corea del Nord rischia di essere archiviato. Il verbo «rischiare», in questo caso, è appropriato e non è usato solo in modo polemico da quanti, negli Stati Uniti, sono contrari all'appeasement con il regime comunista «eremita». Abbattuta in diretta televisiva la torre di raffreddamento della centrale di Yongbyon - il simbolo più evidente del nucleare nordcoreano - Kim Jong Il pare essersi messo la coscienza a posto con la comunità internazionale. Il dossier contenente dettagli sui progetti, i materiali e le strutture del programma atomico del regime è stato consegnato a Pechino, con sei mesi di ritardo (doveva essere messo a disposizione della comunità internazionale il 31 dicembre scorso). Sei mesi di ritardo in cui i nordcoreani possono aver cancellato tracce troppo «imbarazzanti». L'atteggiamento della comunità internazionale è ottimista, ma prudente. Sia il presidente statunitense George W. Bush, sia i ministri degli Esteri dei paesi del G8, riuniti a Kyoto, hanno dichiarato di voler «verificare i dettagli» di quanto svelato dal regime comunista. L'atteggiamento è quello seguito da Ronald Reagan nei confronti di Gorbachev: «Trust but verify», «Abbi fiducia ma verifica». Il rischio di essere ingannati è forte: basta ripassare la storia recente della Corea del Nord. Un accordo sulla sua rinuncia al programma nucleare era già stato raggiunto nel 1994, a Ginevra, annunciato come la fine della questione coreana e festeggiato dall'allora presidente Bill Clinton. Si rivelò carta straccia. Il 16 ottobre 2002 il regime di Pyongyang, sotto la pressione degli Stati Uniti (che avevano informazioni in merito a un programma segreto) ammise di aver portato avanti la costruzione di impianti proibiti dall'accordo. Invertendo (come accade spesso) la causa con l'effetto, molte retrospettive ricordano che il cambiamento dell'atteggiamento nordcoreano fu dovuto alla sua inclusione nell'«Asse del Male» da parte della prima amministrazione di George W. Bush. In realtà, se la Corea del Nord fu inserita in quella lista di paesi pericolosi, era proprio per la sua minaccia nucleare. Minaccia che si concretizzò ancor di più dopo un primo test atomico militare (quasi certamente fallito) nell'ottobre del 2006. La promessa fatta dal regime questa settimana ha solo una garanzia in più: coinvolge anche la Cina, l'unica potenza rimasta alleata della Corea del Nord. Questa è una garanzia solo se Pechino ha interesse a far rispettare i patti, ma occorre ricordare che, se Kim Jong Il è potuto arrivare all'atomica, lo deve all'assistenza, più o meno diretta, proprio della Cina. Fidarsi delle promesse di disarmo del regime di Pyongyang, inoltre, vuol dire ignorare del tutto il dossier siriano. Nel settembre dell'anno scorso gli israeliani hanno bombardato un sito nucleare: allora la notizia rimase nascosta, ma ora le prove e le foto sono state mostrate di fronte al Congresso degli Stati Uniti. Vi sono molti lati oscuri della vicenda (che Damasco continua a negare), tra cui anche la collaborazione tecnica della Corea del Nord per la costruzione dell'impianto. Se vi fosse, i nordcoreani avrebbero già smentito le loro promesse prima ancora di farle. C'è poi un altro rischio: non si sa se il regno «eremita» abbia già le atomiche o meno. Alcune fonti di intelligence affermano che ne abbia già cinque. Non è possibile verificare questa affermazione, perché nel dossier nucleare consegnato a Pechino non è incluso un capitolo sulle armi. Che saranno invece contemplate solo nella prossima fase di trattative, quando e se queste porteranno a un nuovo accordo internazionale. Il rischio che corriamo è dunque quello di essere distratti da una buona volontà apparente, che celi il vero nocciolo della questione: la bomba atomica. Alla Corea del Nord basta averne una sola, funzionante, per garantirsi la sopravvivenza. L'incubo di un ordigno nucleare sganciato su una città del Giappone o della Corea del Sud è sufficiente a evitare il rischio di una guerra. Kim Jong Il può dunque fare il bel gesto di eliminare il suo programma: non sarebbe più necessario. Il principio che i neoconservatori erano riusciti ad affermare dopo l'11 settembre, ma che ora pare del tutto accantonato, è: il pericolo è insito nel regime, non nei suoi mezzi. Togliere un'arma a un dittatore fanatico che già dispone (e questo non è un mistero) di migliaia di testate chimiche e probabilmente anche di qualche ordigno nucleare, non è una soluzione del problema: il problema resterebbe ancora e si chiama Kim Jong Il, con il suo regime, il suo apparato di controllo capillare della popolazione, la sua fanatica determinazione a restare al potere per completare un enorme esperimento sociale sulla pelle di milioni di coreani per ottenere una società socialista e autosufficiente. Una volta archiviato (se lo sarà) il dossier nucleare nordcoreano, si aprirebbe il capitolo per un cambiamento di quel regime o la sua conservazione ad oltranza. Se resta al potere, i nordcoreani continuerebbero a morire di fame. La carestia, indotta dalla politica agricola di Pyongyang, ha già mietuto milioni di vittime. Probabilmente 3 milioni di morti di fame, stando alle stime più diffuse. Coloro che riescono a scappare oltre il confine parlano di soprusi di tutti i tipi da parte della polizia, costretta a sua volta a saccheggiare e sequestrare il cibo per sopravvivere. La popolazione rinchiusa nei gulag e costretta a lavorare in condizioni di schiavitù ammonterebbe a 900.000 persone, stando alla testimonianza agghiacciante (pubblicata all'inizio di questo mese da Asia News) di un'ex guardia carceraria fuggita in Corea del Sud. Secondo questo testimone, in caso di riunificazione, anche pacifica, fra le due parti della Corea, tutti i prigionieri verrebbero eliminati fisicamente. Il regime stalinista di Pyongyang avrebbe già i piani pronti per completare questa nuova ecatombe, il più in fretta possibile e nel silenzio dei media: se arrivano i sudcoreani, non deve restare in vita un solo testimone scomodo per il regime. Il che fa capire come Kim Jong Il interpreti una possibile riunificazione «pacifica»: alle sue condizioni e con una società ancora perfettamente ubbidiente ai suoi ordini. Sono questi i rischi che si correrebbero archiviando frettolosamente il dossier nordcoreano, facendo finta di credere che da lì non arrivi più alcun pericolo. Certo, i rischi peggiori li corre la popolazione locale, di fronte alla quale la comunità internazionale (soprattutto quella piccola comunità di potenze che si riunisce per i colloqui a sei sul nucleare nordcoreano) è sempre stata indifferente.
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Ragionpolitica, periodico on line n.270 del 1/7/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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