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La lezione di Mugabedi Anna Bono - 5 luglio 2008 Sarebbe bello che i misfatti di Robert Mugabe, il presidente dello Zimbabwe responsabile di una delle crisi economiche più gravi del pianeta, almeno servissero a far capire quali sono le reali cause della condizione di povertà in cui versano gran parte degli abitanti del continente africano: non l'ingresso nel mercato e le sue regole, non la globalizzazione, non il neocolonialismo occidentale e tanto meno l'abbandono dell'agricoltura di sussistenza e i cambiamenti climatici di origine antropica. Finché si incolperanno di affamare il mondo l'Occidente e il suo modello di società, si continuerà a lenire la fame di un numero crescente di persone soccorrendole con aiuti alimentari e ad attenuarne i disagi con apporti di risorse attinte al surplus prodotto dai paesi industrializzati, senza che nel frattempo delle soluzioni efficaci vengano adottate: posto che esistano perché, ad esempio, come dimostra proprio il caso dello Zimbabwe, spodestare un dittatore, quando si ammanta dei simulacri della democrazia, non è semplice; e perché, come dimostra quello della Somalia, a volte con la caduta di un dittatore si apre un'epoca di conflitti per il potere tanto cruenti da far rimpiangere il regime abbattuto. Sono le Nazioni Unite, prima di tutto, che dovrebbero cambiare prospettive e progetti, liberandosi dell'influenza delle ideologie no global. Ma ancora non sembrano disposte a farlo. Il nuovo relatore speciale sul diritto all'alimentazione, il belga Olivier de Schutter che dal 1° maggio sostituisce lo svizzero Jean Ziegler, ha esordito con parole che non lasciano molte illusioni sull'influenza che eserciterà presso il Palazzo di Vetro: «la fame non è una fatalità, è una catastrofe che abbiamo prodotto e che noi possiamo risolvere, oggi produciamo abbastanza cibo per sfamare il doppio degli abitanti del pianeta». Siamo alle solite, dunque: quella sovrabbondanza di cibo è infatti per la maggior parte frutto del lavoro e dell'ingegno dell'11% della popolazione mondiale che vive nei paesi industrializzati, dotata di tecnologie di straordinaria efficacia, e che continuamente si accusa di egoismo, avidità e sprechi. La risposta all'emergenza alimentare, secondo l'ottica di de Schutter, è la tanto reclamata «ridistribuzione delle risorse» ritenuta dai no global «più equa» rispetto all'attuale assetto economico perché consentirebbe a chi non lavora e produce abbastanza, e per di più subisce gli effetti rovinosi della corruzione e del malgoverno delle proprie classi dirigenti, di disporre comunque del necessario per vivere decorosamente: non una soluzione, quindi, ma un rimedio. Alla vigilia del vertice G8, che inizierà il 7 luglio a Hokkaido, Giappone, le affermazioni di de Schutter già riecheggiano in diversi appelli rivolti agli otto stati più industrializzati. Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, al suo arrivo a Tokyo ha dichiarato che spetta alle nazioni ricche farsi carico dell'attuale emergenza alimentare: «loro hanno le capacità e le risorse e spero che i loro dirigenti dimostreranno la necessaria volontà politica». Secondo un copione ormai del tutto prevedibile, inoltre, spuntano anche i bilanci relativi alle spese militari, a dimostrazione dell'insana propensione occidentale a sprecare denaro in armi invece di salvare il mondo dalla fame. Il Sipri, Istituto internazionale di ricerca per la pace, con sede a Stoccolma, ha diffuso il 9 giugno il proprio rapporto annuale dal quale si ricava che le spese militari mondiali nell'ultimo anno sono aumentate del 6% e ammontano a 202 dollari per abitante della Terra ovvero il 2,5% del PIL globale. Va da sé che nei commenti si ponga l'accento sui bilanci degli Stati Uniti: con i soldi spesi dagli USA per un mese di guerra in Irak si garantirebbe luce elettrica a un miliardo di persone (naturalmente usando pannelli fotovoltaici!). A riflettere meglio, si scopre però che molto del denaro destinato alle armi dipende da guerre che con l'Occidente non hanno nulla a che vedere se non per il fatto che comportano missioni ONU di pace e di interposizione, al finanziamento delle quali i paesi industrializzati provvedono con miliardi di dollari. Lo scorso anno, sempre stando al rapporto Sipri, i conflitti principali sono stati 14 e 61 le operazioni di peacekeeping con oltre 169.000 persone impegnate. Il 23 giugno le Nazioni Unite hanno stanziato altri sette miliardi di dollari per le proprie missioni, concentrate in Africa: da sola quella più importante per numero di unità, in azione da anni nella Repubblica Democratica del Congo dove operano circa 26.000 caschi blu, costa 1,2 miliardi di dollari all'anno. Alcune settimane prima il Consiglio di Sicurezza aveva approvato una risoluzione con cui l'ONU si è impegnata a finanziare anche le missioni di peacekeeping dell'Unione Africana. Proprio le guerre e l'endemica conflittualità, per ammissione della stessa UA, sono una delle ragioni per cui l'Africa non raggiungerà entro il 2015 gli Obiettivi del Millennio fissati all'inizio del secolo dalle Nazioni Unite per dimezzare la povertà, e continuerà ad aver bisogno di aiuti e assistenza: «nessuno sviluppo potrà essere raggiunto se non vengono garantite pace e sicurezza nel continente» è stata la corale conclusione a cui sono giunti i leader africani riuniti a Sharm el Sheikh per l'XI summit dell'UA appena terminato. Ma chi sperava in un mea culpa e in una dichiarazione d'intenti promettente, è rimasto deluso: «i capi africani guardano al prossimo G8 con speranza - ha commentato il Segretario generale dell'UA, Jean Ping - la credibilità stessa della comunità internazionale è in gioco».
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Ragionpolitica, periodico on line n.270 del 1/7/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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