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numero 280
6 marzo 2008
 
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Il nemico «interno»: una nuova minaccia per Israele

di Stefano Magni - 5 luglio 2008

C'è un terrorismo che non ha capi, né slogan, né bandiere, né «martiri» reclutati e addestrati, ma si arma di sola violenza e fanatismo. Questa forma di guerra la sta sperimentando Gerusalemme. La capitale di Israele è molto più sicura dal 2005, da quando è stata completata la barriera difensiva. Prima del 2005 era relativamente facile, per i guerriglieri palestinesi, prendere per i campi ed entrare in città, o sparare contro le case dei quartieri periferici. Adesso un mix di rappresaglia militare e di fortificazione delle aree più esposte ha indotto anche le organizzazioni più fanatiche a prendersi un periodo di pausa. Non si sa quanto duri, ma almeno per ora i cittadini possono tornare ad affollare le strade giorno e notte, ad entrare nei bar e nei ristoranti senza passare attraverso i metal detector.

Ed è proprio qui che subentra il terrorismo «interno», sinora molto meno frequente, ma anche meno controllabile rispetto al precedente. Perché è condotto da persone fino a quel momento insospettabili che vivono dentro il perimetro del «muro», a contatto con le case, le strade e i negozi dei pacifici cittadini. La notte del 6 marzo, Alaa Abu Dheim, un palestinese con passaporto israeliano e residenza a Gerusalemme, è entrato nella scuola rabbinica per cui aveva lavorato come autista fino a pochi anni prima, e ha aperto il fuoco sugli studenti. Ne ha uccisi otto e feriti altri quindici, prima di essere a sua volta ucciso da Yitzhak Dadon, uno studente armato. Dopo il fatto di sangue, la polizia israeliana ha diffuso le notizie sul suo conto e si è visto che proprio insospettabile non era: prima della strage era stato indagato per complicità con Hezbollah, ma non erano state trovate prove sufficienti per incriminarlo. D'altra parte uno Stato di diritto non può perseguire un suo cittadino sulla base di semplici sospetti.

Mercoledì scorso è stata la volta di Husam Taysir Dwayyat, un altro palestinese con passaporto israeliano e residente a Gerusalemme. Fino a quel momento era un trentenne, con alcuni precedenti penali che non preoccupavano troppo la polizia: era uno spacciatore e aveva ripetutamente picchiato la sua fidanzata ebrea. Che però l'ha perdonato e tuttora lo difende dalle accuse di terrorismo. Quest'uomo, nel bel mezzo del suo lavoro, ha ingranato la marcia della ruspa su cui lavorava e ha iniziato a risalire la trafficata Via Jaffa, vero centro vitale di Gerusalemme. Per dieci minuti ha travolto tutto quello che incontrava: un autobus, automobili e pedoni. Lo ha fatto per uccidere più gente possibile. Un sopravvissuto, Rick Eissenstat, era nella sua auto assieme alle figlie. Ha raccontato al Jerusalem Post che: «L'uomo guidava ad almeno 50 km all'ora, probabilmente il massimo della velocità del suo mezzo. Ho cercato di uscire, ma era pieno di auto attorno a me e non ci sono riuscito. La ruota di destra della ruspa ha schiacciato un taxi, mentre la sinistra ha danneggiato la nostra Mazda. Mi ha visto, ha visto che eravamo vivi. Io l'ho guardato in faccia e lui ha guardato in faccia me. Tutto quello che pensavo in quel secondo era: come faccio a far sopravvivere la mia famiglia? E in quel momento ha ingranato la retromarcia. Voleva finire il lavoro. Ci è passato sopra ancora una volta, ma non ci siamo fatti niente. Poi ha abbassato la pala su di noi e ha iniziato a picchiare sul tetto. Mia figlia Nechama si è messa le mani sopra la testa per proteggersi. Per una ragione sconosciuta, non siamo stati uccisi». Un poliziotto accorso immediatamente sulla scena ha riferito che il terrorista si muoveva rapidamente in mezzo al traffico, urlando «Allah Akbar», come tutti i «martiri» suicidi. In questo caso, non uno studente armato, ma un poliziotto e un militare in licenza hanno sparato e ucciso il palestinese. Ma nel frattempo tre persone erano morte sotto il suo pesante mezzo.

Sia nel caso di Merkaz Harav che in quello di Via Jaffa, ci troviamo di fronte a episodi di violenza simili a quelli dei giorni di ordinaria follia di cui ci arrivano notizie dagli Stati Uniti. Ma in America, quando un pazzo si mette a sparare sugli studenti in una scuola o guida contromano in autostrada con un mezzo pesante, viene descritto per quello che è: uno psicopatico, con svariati problemi personali e/o un'ideologia estrema che, da un giorno all'altro, sceglie di dare sfogo a tutta la sua violenza. Il gesto criminale lo tramuta in mostro, genera vergogna nella società, induce i media a interrogarsi sulla condizione dei giovani, sulla libertà di portare armi, sulla sicurezza della società americana.

In Israele questi episodi di pazzia omicida, al contrario, provocano un'ondata di orgoglio tra i parenti e le comunità degli assassini. I palestinesi hanno salutato come gesto eroico la strage nella scuola compiuta da Dheim, reso omaggio ai suoi familiari, allestito una tenda funebre per celebrare la morte di un «martire». Ora acclamano con altrettanta enfasi il massacro provocato dal muratore folle Dwayyat. Nel primo caso, fu Hamas a rivendicare direttamente l'attentato e ad esporre le bandiere verdi dell'Islam sulla sua casa. In quest'ultimo episodio, invece, Hamas non può dir nulla, se non rilasciare un'ipocrita dichiarazione di «comprensione» dell'atto criminale, «causato dalla repressione e dall'occupazione israeliana». Il movimento islamista deve tenere la bocca chiusa perché vuole che non venga interrotta la «tregua» (già violata 13 volte con lanci di razzi) con Israele a Gaza. In compenso tre altre organizzazioni palestinesi hanno rivendicato come loro gesto la corsa suicida dell'autista di ruspa.

Di fronte a una simile follia istituzionalizzata, uno Stato di diritto è letteralmente impotente. Israele, sinora, ha saputo difendersi da eserciti nemici, da organizzazioni terroristiche, da villaggi ostili incastonati sin dentro i suoi confini. Per ciascuno di questi problemi ha saputo trovare una soluzione per sopravvivere: una mobilitazione rapidissima dell'esercito, le uccisioni mirate dei leader terroristi e la costruzione della barriera difensiva. Ma di fronte ad un nemico interno, ad un cittadino che agisce inaspettatamente e con azioni di pura follia, non esiste ancora una soluzione. Lo dimostra il senso di impotenza con cui la polizia ha dichiarato «la prevenzione era impossibile», sia dopo la strage di Merkaz Harav che dopo quella di Via Jaffa. Gli assassini erano cittadini protetti dalla legge, così come le loro vittime. Nessuno sapeva che fossero soldati nemici, impegnati in una «guerra santa» contro Israele. Solo ieri, 4 luglio, due giorni dopo la strage di Via Jaffa e quasi quattro mesi dopo quella di Merkaz Harav, il ministro della Difesa Barak ha ordinato di radere al suolo le case dei due terroristi, proprio come avviene fuori dai confini provvisori di Israele, con le case dei terroristi palestinesi privi di passaporto israeliano, nei Territori contesi. Solo ieri il governo di Gerusalemme ha riconosciuto come nemici due dei suoi cittadini. Ma, fino a ventiquattro ore fa, gli avvocati scelti dalle loro famiglie li hanno sempre difesi, cercando di dimostrare (contro l'evidenza del giubilo delle piazze islamiche) che il loro fosse un gesto isolato, un atto di follia o di disperazione. Anche la decisione di Barak ha subito sollevato polemiche nella società civile israeliana. Eppure le autorità devono trovare una risposta alla minaccia del nemico interno, per evitare uno scenario ancora peggiore.

A Gerusalemme, così come a Haifa, ad Acco, a Cesarea, a Tiberiade e in quasi tutte le città israeliane, arabi e israeliani vivono fianco a fianco, senza confini. A Gerusalemme la tensione è più alta che altrove: quando un ebreo e un arabo si incontrano nelle stesse vie, molte volte scelgono di ignorarsi, oppure uno dei due provoca sputando per terra. E' difficile assistere a risse, ma la tensione è palpabile. Tra i quartieri arabi e quelli ebraici c'è un abisso, come se, attraversando una strada, si passasse di colpo dalla Svizzera al Marocco. Sono due mondi opposti, pur essendo a contatto fisico. Sinora questi due pianeti hanno convissuto in pace. Ma se la guerra dichiarata dal «nemico interno» dovesse continuare, se Israele non riuscisse a trovare una risposta disciplinata a questa nuova minaccia, gli ebrei potrebbero non tollerare più questo angolo di terzo mondo che hanno dietro casa. Ed è ciò che vogliono i terroristi: fomentare una guerra civile in piena regola, come quella del 1947 che precedette la dichiarazione di indipendenza di Israele.

Al contrario, casomai il governo di Gerusalemme riuscisse a evitare una guerra civile e a trovare una soluzione (se non proprio incruenta, almeno controllata), noi europei dovremmo prenderne nota: perché il problema del nemico interno è quello che potremmo trovarci ad affrontare in un futuro non troppo lontano, vista la massiccia presenza di immigrati islamici, della loro progressiva auto-ghettizzazione territoriale e dell'infiltrazione fra loro di fanatici e ideologi del terrore. Quel che avviene a Gerusalemme oggi, un domani può capitare a Parigi, Anversa, Amburgo, Londra, Roma...

! Stefano Magni
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