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6 marzo 2008
 
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Il valore culturale dello studio del latino

di Pietro De Leo - 8 luglio 2008

Un interessante articolo su l'Osservatore Romano del 2 luglio scorso risponde positivamente all'interrogativo se sia ancora utile o meno l'insegnamento del latino a scuola. Non è un dubbio banale, perchè ad un sistema educativo che in sessant'anni di vita è stato distorto, rivoltato, controriformato per poi essersi rivelato quasi sempre improduttivo, serve un'impronta davvero nuova. Ovvio che, di fronte a questa necessità, i detrattori di quelle che in un gergo piuttosto sprezzante vengono chiamate le «lingue morte» rischiano di acquisire molto peso. Lo sbaglio peggiore in cui si può ricadere è pensare che la formazione sia suddivisa in compartimenti stagni, che il sapere sia come degli scaffali da cui attingere prendendo il libro che più serve o più interessa in quel momento; tutti gli indicatori europei, che certificano da anni, in un trend costantemente negativo, quanto i giovani italiani siano indietro rispetto ai coetanei degli altri Paesi, non ritengono certo prioritaria la conoscenza delle lingue antiche, ma questo non vuol dire che esse siano da intralcio per l'apprendimento delle altre materie.

Ma, allora, a che serve studiare il latino? Non aiuta a capire l'adagio, sempre uguale da sempre, propinato a chi si affaccia da studente, non senza un certo frastuono, nella prima classe del liceo: il latino è utile perchè in esso sono racchiusi i fondamenti della nostra cultura, e dà approdo a quel dovere di consapevolezza verso la nostra storia e le nostre origini. Infatti, analizzare le tavole romane, oppure avvicinarsi con approccio storico ed estetico alle incisioni su monumenti e opere d'arte che raccontano come si è formata la nostra società rappresenta un ottimo punto di partenza per conferire agli studenti gli strumenti utili a costruire la loro coscienza civile.

Un cittadino italiano avrà più fierezza ed orgoglio della propria identità se conosce il glorioso passato di Roma, o si è tuffato, per un periodo nella vita, nella vivacità dantesca, in quella rinascimentale, se ha condiviso il dramma patriottico delle guerre di indipendenza e così fino ai giorni nostri con gli altri momenti che hanno segnato la storia del nostro Paese. Ma imbrigliare il discorso soltanto su un piano di identità rischia di creare degli stereotipi - culturali e storiografici - che purtroppo in Italia già abbondano. Perciò, per realizzare una formazione utile, perché stimolante nel suo dinamismo, è necessario un diverso metodo di insegnamento del Latino che finora, forse a causa di programmi troppo rigidi, ha messo nel cassetto la creatività degli studenti e la capacità di collegamento tra le varie discipline.

Lo studio della lingua degli antichi romani, infatti, è stato ridotto per tradizione ad un'operazione di memorizzazione delle strutture grammaticali finalizzata alla traduzione, che è tanto più redditizia quanto è più meccanica. Tutto ciò non comporta ovviamente una crescita della conoscenza. Di semplici «versioni» non ce n'è certo bisogno: con il ritardo che i nostri giovani hanno per l'apprendimento delle lingue straniere, sarebbe ben più produttivo esercitarsi nel riportare brani dall'inglese o dal francese. L'errore di fondo, infatti, è stato concepire la lingua latina come un fine, non come uno strumento; che una parte considerevole del programma scolastico sia incentrato sull'analisi degli autori classici è pacifico e condivisibile. Ma che l'avvicinamento verso di essi si concretizzi quasi esclusivamente in uno studio mnemonico da ripetere a pappagallo all'interrogazione tradisce il difetto di uno studio fine a se stesso.

Piuttosto, la lingua latina deve essere una porta verso altri orizzonti; capire le sensibilità di allora, percepire i rapporti sociali, i vari modelli che nell'antica Roma e nell' Impero si confrontavano con le loro peculiarità, cogliere il fermento culturale di un popolo in piena evoluzione. E poi ancora, cogliere ciò che si nasconde dietro le opere d'arte di allora, dietro le incisioni scultoree, con le vicende personali degli artisti ed i condizionamenti che un'epoca così veloce esercitava in tutti gli ambiti della vita collettiva (anche sull'arte). Così, quella lingua che troppi danno per morta potrebbe essere davvero rianimata, trasformando l'operazione noiosa ed automatica di traduzione in un ragionamento continuo e consapevole, in un continuo arricchimento culturale. Così, le famigerate venti righe che i nostri studenti si ritrovano sconsolati a dover affrontare, vocabolario alla mano, in pomeriggi che non passano mai, sarebbero solo l'inizio di un viaggio verso un miglioramento di sé. Per cambiare davvero le cose, però, i primi a voler spiccare questo salto qualitativo devono essere gli insegnanti.

! Pietro De Leo
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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