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Il totalitarismo laicista soft di Zapaterodi Raffaele Iannuzzi - 8 luglio 2008 Luigi Bonanate ha scritto una grande verità nel suo articolo di pura esaltazione della figura di «statista» di Zapatero, eccola: «Zapatero ha capito che la politica deve dettare, più che i contenuti, le procedure secondo le quali evolve una sociatà. Proprio questo è la democrazia in azione: dibattiti e discussioni destinati non a stabilire che cosa sia vero o giusto (...), ma cosa appiaia più equilibrato a una pubblica opinione». Ecco, il nodo vero. Con Zapatero la politica diventa il proceduralismo kelseniano tradotto in progetto di destrutturazione della società. Apparentemente il passo di Zapatero è felpato, leggero, morbido, come il pensiero pop del postmoderno, senza più fondamenti etici generali e privo di ontologia, cioè di una concezione organica e sistematica della realtà. Apparentemente. Nei fatti, si tratta di una macchina dispotica, come la descrive Beccaria nell'opera maggiore, Dei delitti e delle pene, uno spostamento equivoco di asse dalla realtà naturale, da rispettare e privilegiare, alle strutture informali, le leggi, gli assetti statual-pubblici. In seno alla comunità di studi e di politica della Fisiocrazia, tutto ciò si sarebbe definito come un «dispotismo legale». Infatti, chi dispone di tutto, nella società, non sono i costumi e le tradizioni, la natura organica e vivente di un popolo, con il suo portato religioso e civile, ma lo Stato come Leviatano «leggero» e complesso, assai stratificato nel corpo sociale. Un meccanismo politico con un solo obiettivo: rappresentare minoranze aggressive inscritte ideologicamente, ovvero arbitrariamente, nella categoria, anch'essa equivoca (già criticata a suo tempo da Habermas, il che è tutto dire), di «opinione pubblica». Sul dispotismo e sulla «tirannide» dell'opinione pubblica disse l'essenziale già Tocqueville, nella Democrazia in America. Zapatero e Bonanate, zapateriano di risulta, vanno oltre, pensando di essere à la page: puro spirito reazionario. Come ogni spirito reazionario che si rispetti, nutrito di statolatria, in questo caso laicista. L'unico modello, oggi, di statolatria possibile, perché il laicismo è la malattia infantile del socialismo amministrativo, funzionariale, oscuro e privo di radici. Appunto: Zapatero. Ancora Bonanate: «Il suo è un governo che lavora tutti i giorni, per così dire, e non si intorcina in improbabili riforme della giustizia, non si disperde nei decreti sulle intercettazioni (...), ma cerca di costruire un modello di Stato. Non è proprio questo il compito di quello che chiamiamo «statista»?». Già, Zapatero «non si intorcina» con le intercettazioni, a lui bastano il crocifisso nelle scuole e l'aborto; il matrimonio gay e l'eutanasia, cioè l'anti-Spagna, l'anti-popolo, l'ideologia totalizzante e totalitaria contro la realtà. Che attacca i fondamenti organici, biologici, sociologici e comunitari della realtà. Della realtà di un popolo. L'irreligiosità sistematica, quando costituisce la mentalità dominante e la cultura politica di uno Stato, si traduce in totalitarismo subdolo e, talvolta, aperto. Del Noce, nei suoi fondamentali studi sull'ateismo, e Giovanni Paolo II, nella Centesimus annus, giungono alle medesime conclusioni. Quando il senso totalitario dell'azione statuale diventa la fibra immanente alla società - ecco il succo della «democrazia in azione» di cui ragiona, con furore ideologico non inferiore a quello manifestato dal suo idolo politico, Bonanate -, scompare l'individuo in carne ed ossa e, al suo posto, occupa la scena pubblica una fictio giuridica, un'invenzione nominalistica, un derivato antropologico ad uso e consumo delle procedure. Il relativismo etico e culturale in Kelsen produce la crisi dei fondamenti democratici, in Zapatero si va oltre: allo scardinamento del senso stesso della realtà. Ha còlto perfettamente questa deriva l'ex premier conservatore Aznar, che osserva in un'intervista al Giornale: «L'aborto, l'eutanasia, il crocefisso e i simboli religiosi nei luoghi pubblici. Nessuno che parli di economia». Zapatero parla di tutto il «resto», della società come organismo da ricattare e re-inventare, ma non della società come organismo vivente, come vita pubblica e inter-individuale, come trama di interessi, valori e bisogni. Ideologia settaria allo stato puro. «Statista» vuol dire servire lo Stato come corpo politico ed istituzionale, non equivale ad occuparne il meccanismo in funzione anti-popolare. Cioè, contro il soggetto-motore della tradizione e della libertà vivente: il popolo. In Spagna sta sorgendo un progetto di totalitarismo laicista soft, in grado di condurre la modernità al suicidio. Perché la modernità non è tanto nichilismo, quanto ricerca della verità da parte del soggetto, con la sua storia e le sue radici. Da ritrovare, certo, ma non da distruggere.
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Ragionpolitica, periodico on line n.271 del 8/7/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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