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Petrolio e... Iraq!di Enrica Bucciarelli - 8 luglio 2008 Mentre il mondo assiste al costante aumento del prezzo dell'oro nero ed alla difficoltà dell'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (Opec) di mantenere lo storico controllo sui prezzi del greggio attraverso la quantità estratta, la settimana appena terminata è stata caratterizzata dall'apparizione di un nuovo binomio; non più associazione fra petrolio e guerra in Iraq o petrolio ed interessi americani. Uno dei termini rimane «questioni petrolifere» ma l'altro, a sorpresa, è «decisioni prese dal Governo iracheno». La prima delle disposizioni assunte da Baghdad concerne il programma delle Nazioni Unite «Oil for food». A seguito dell'inchiesta condotta da Paul Valcker, ex numero uno della U.S. Federal Reserve, il Governo di Nuri al-Maliki ha deciso di depositare una richiesta di risarcimento danni per oltre 10 miliardi di dollari Usa nei confronti di dozzine di società ed individui. L'accusa si fonda sulla presunta violazione degli accordi inerenti il programma. Società ed individui citati in giudizio dovranno, infatti, difendersi dall'accusa di essere ricorsi ai cosiddetti surcharges accreditati a favore degli uomini di Saddam Hussein. Il Governo al-Maliki fa menzione a «miliardi di dollari andati perduti che si sarebbero tradotti in prodotti alimentari, medicinali e aiuti umanitari di ogni genere che avrebbero beneficiato il popolo iracheno alleviando le difficoltà economico-sanitarie dalle restrizioni dovute all'embargo internazionale» (Il Sole 24 Ore). Se tale decisione ha origine nel passato, l'altro provvedimento preso da Baghdad riguarda il futuro. Il Ministro del petrolio iracheno, Hussein al-Shanristani, ha reso noto l'apertura di sei nuovi giacimenti petroliferi (a Rumalia, Kirkuk, Zubair, West Qurna, Bai Hassan e Maysan) e di due giacimenti di gas (Akkaz e Mansouriyah). Al contrario di quanto annunciato, il Governo iracheno ha deciso di assegnare lo sfruttamento delle riserve designate tramite asta e non attraverso contratti. Sono, inoltre, state individuate trentacinque compagnie petrolifere (fra cui le italiane Eni e Edison) che dovranno presentare la propria proposta entro Marzo 2009 e rispettare la clausola secondo la quale una quota del 25% dovrà essere destinata ad un partner iracheno. Nonostante tale decisione sembri essere la conseguenza di screzi fra il Governo al-Maliki e le multinazionali petrolifere titolari di alcuni contratti di natura tecnica (su tutte le compagnie eredi delle «Sette Sorelle»), il provvedimento appare essere un elemento positivo per il processo di stabilizzazione del paese arabo. Illudersi, però, che le trentacinque società segnalate non facciano ricorso alla loro proverbiale capacità di lobbing sarebbe utopico. Ad ogni modo, i maggiori problemi che potrebbero scaturire dalla posizione assunta dal Governo iracheno dovrebbero concernere le probabili ripercussioni sulle relazioni fra il Governo centrale e quelli «periferici», in particolare con l'establishment del Governo Autonomo Curdo il quale, nella persona del suo Presidente, Massoud Balzani, ha già mostrato segni di insofferenza. Innegabilmente, il petrolio è un forte incentivo al contrasto soprattutto in un Paese le cui riserve stimate sono le terze a livello mondiale. Se tale contrapposizione si risolvesse in un aperto scontro fra centro e periferia, il processo di stabilizzazione subirebbe una dura battuta d'arresto il che, verosimilmente, si andrebbe a ripercuotere sull'apparato politico-strutturale iracheno, che, benché esistente e a suo modo operativo, resta ancora fragile. Enrica Bucciarelli |
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Ragionpolitica, periodico on line n.271 del 8/7/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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