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Da zio Tom a Obamadi Gianni Baget Bozzo - 8 luglio 2008 Quando il cattolico John Kennedy si candidò a presidente degli Stati Uniti, pose il problema di un cattolico alla Casa Bianca alla nazione «bianca, anglosassone, protestante», nata come riforma presbiteriana o laicale nel nuovo Occidente. Per Barak Obama non si è posto il problema. Eppure lui è certamente un diverso, la diversità fa parte del suo fascino politico (o, altrimenti, del suo possibile rigetto) ma non costituisce problemi di compatibilità. Barak è profondamente connesso alla cultura religiosa afroamericana, ad un Cristianesimo degli schiavi, a cui i colonizzatori offrivano le parole di un altro popolo oppresso, gli ebrei, in cui essi chiedevano una resurrezione sia religiosa che politica: e la chiedevano come comunità. Gli ebrei ottennero dai persiani vincitori la possibilità di tornare in Giudea con la protezione dello Stato imperiale. Così accadde negli Stati Uniti agli schiavi africani. Gli afroamericani non hanno costruito una propria identità religiosa o politica, ma hanno espresso il sentimento che l'America ha concesso, al prezzo di una sanguinosa guerra civile, al popolo degli schiavi la dignità di essere popolo americano. La repubblica stellata aveva fatto più per gli schiavi africani di quello che Artaserse II aveva compiuto per gli esiliati ebraici nelle sue terre. Così vi è un modo afroamericano di essere americani: esso mantiene un vivido linguaggio di auto identificazione comunitaria, senza però proporre alcuna contrapposizione all'ideale americano, sentito come il potere liberatore. Anche quando il pastore che è stato il direttore spirituale di Obama aggredisce l'America, lo fa all'interno dell'America. Ne viene il singolare linguaggio religioso di Obama, che è ben al di fuori della contrapposizione tradizionale tra chi è per la scelta o per la vita nella questione dell'aborto. Obama tende a parlare un linguaggio inclusivo, questa è la sua fortuna e la sua abilità. Poiché la comunità afroamericana non era in grado di escludere nessuno, Barak Obama si può permettere di includere tutti, creando un linguaggio che ha una forte religiosità, ma nessuna forma di religione in quanto formulazione dottrinale distinta. Agisce piuttosto sul piano dei comportamenti e dei sentimenti che su quello delle culture e delle politiche. Ne nasce così un paradosso: Barak è compatibile con tutte le politiche, anche con quelle che egli ha sinora escluse nella sua linea ostile al presidente Bush nella guerra in Irak. Eppure egli fa un passo verso l'elettorato tradizionalmente schierato sui temi favorevoli alle chiese come quello dell'attuale presidente americano: Barak riprende interamente il programma di Bush di sostegno all'assistenza sociale e solidale promossa dai gruppi religiosi. Così nel candidato afroamericano, che ha così fortemente innovato il linguaggio religioso dandogli nuova forza, non troviamo niente di politico. Barak Obama ha praticato quello che, nel linguaggio cattolico, si chiama, con Jacques Maritain, il «primato dello spirituale». Ma lo ha talmente praticato bene che da esso non possiamo dedurne nessuna conseguenza politica. Se dovessimo rimanere nel registro della comunione afro americana, dovremmo pensare che non sarà episodica la simpatia per Israele. Nelle parole dei salmi biblici i popoli schiavi si sono tante volte riconosciuti. Israele potrebbe essere un punto di riferimento deducibile della spiritualità della «lingua d'argento», che ha incantato gli americani oltre le frontiere di appartenenza. Il risultato di questa scelta indica la forza del linguaggio spirituale in America, che va ben oltre i termini della religione civile tradizionale; ed è tanto forte da creare movimenti di opinione che non si attendevano. Persino l'invenzione di un modo nuovo di raccolta dei fondi da parte dei piccoli offerenti, tanto dinamico e consistente che il candidato Obama rinuncia al finanziamento pubblico. Se vincesse le elezioni, come oggi i sondaggi indicano, l'Europa, da sempre integrata politicamente con gli Stati Uniti, si sentirà a disagio di fronte ad un candidato che vorrà dare senso ideale ai suoi atti politici: il che non è molto europeo. Il «primato dello spirituale» permette a Barak Obama di condurre alle elezioni i democratici, senza aver risolto alcun problema di carattere strettamente politico. E anzi persino usando come motivo del suo straordinario consenso il fatto di non avere scelte pregiudiziali. La presidenza deve essere ancora tutta scritta.
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Ragionpolitica, periodico on line n.271 del 8/7/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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