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6 marzo 2008
 
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Il «Piano Africa»

L'Italia si affaccia sul continente con nuove proposte

di Anna Bono - 10 luglio 2008

Ci sono due modi per aiutare i poveri: uno è assisterli, prima di tutto fornendo loro da mangiare, l'altro è fare in modo che smettano di esserlo, creando le condizioni perché possano lavorare e trarne un utile. Il nuovo governo italiano sembra giustamente intenzionato a seguire entrambe le vie. A Hokkaido, al vertice G8, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha assicurato un miliardo di dollari come ulteriore contributo italiano ai paesi in difficoltà: il massimo possibile, ha spiegato, tenuto conto del debito ereditato dal governo Prodi.

Nel frattempo prendeva vita il «Piano Africa», un articolato progetto biennale di investimenti e partnership economica con alcuni paesi africani, ad incominciare dal Mozambico dove il 7 luglio si è recata una prima missione composta dai rappresentanti di oltre 50 imprese italiane e guidata dal sottosegretario allo sviluppo economico, Adolfo Urso. L'impegno italiano darà di sicuro dei risultati. A differenza del precedente governo Prodi, chi oggi ci guida è evidentemente consapevole che l'assistenza alimentare e sanitaria offerta ai poveri, se non è associata a cambiamenti economici e sociali strutturali, per forza li moltiplica, consentendo loro di vivere un po' meglio e un po' più a lungo e di mantenere in vita un maggior numero di figli fino all'età adulta, e rendendo quindi necessario un ammontare sempre crescente di aiuti per far fronte alle loro necessità.

Presso i nostri ministeri è venuta meno inoltre la fuorviante influenza no global che suggeriva di ricavare quell'ammontare crescente di risorse convincendo o costringendo gli abitanti dei paesi industrializzati a moderare i consumi e ad adottare stili di vita parsimoniosi, un progetto che può solo peggiorare la situazione perché rischia di rallentare lo sviluppo economico al quale si devono i surplus da destinare al Sud del mondo e può determinare il crollo del prezzo di mercato di molti prodotti. Per fare un esempio, quella tazzina di caffè o quella barretta di cioccolato alla quale decidessimo di rinunciare per risparmiare un euro con cui una famiglia africana mangia per un giorno, toglie però il pane di bocca a un'altra famiglia africana che vive coltivando caffè, zucchero o cacao e non giova certo alla stabilità delle ditte italiane di trasformazione e commercializzazione di quelle materie prime. Sembra un paradosso e suscita scandalo il fatto che, ad esempio, si spendano ogni anno decine di miliardi di dollari per rimediare ai danni causati dall'obesità, miliardi che sarebbero sufficienti a sfamare gli oltre 800 milioni di poveri del pianeta. Ma la soluzione non sta nel mangiar meno, proprio come consumare meno acqua, là dove ce n'è in abbondanza, non serve a farla bastare dove invece manca.

Ben venga dunque il «Piano Africa» che intende creare nuove opportunità di lavoro in Italia e negli stati africani scelti come partners - oltre al Mozambico, Angola, Sud Africa, Sudan, Nigeria, Senegal, Mauritania, Tanzania e Capo Verde - mentre gli aiuti umanitari, le missioni di peacekeeping e le operazioni di contrasto alla diffusione del terrorismo islamico cercano di contenervi i fattori di instabilità e di crisi.

Resta tuttavia, oggi come in passato, l'incertezza sulla qualità e sulle reali intenzioni dei partners africani. Da loro si attendono passi concreti verso sistemi realmente democratici e più trasparenti nella gestione delle risorse pubbliche e non solo dichiarazioni di intenti. Se, malgrado la crescita costante del Pil continentale registrata negli ultimi cinque anni, la povertà in Africa è aumentata invece di diminuire dipende infatti essenzialmente da cause interne, come dimostra esemplarmente il caso dello Zimbabwe.

Anche i partners scelti dal nostro governo non mostrano certo un profilo ideale per gli investitori locali e stranieri, ma tutti sono paesi dalle potenzialità di sviluppo notevoli, in particolare il Sudan e l'Angola, usciti rispettivamente nel 2003 e nel 2002 da due guerre civili durate decenni e con colossali programmi di ricostruzione in attesa di finanziamenti per essere realizzati. Tra le incognite maggiori, in entrambi i casi, vanno considerati i prossimi, decisivi appuntamenti elettorali. In Sudan si voterà nel 2009 e poi nel 2011 si dovrebbe svolgere il referendum previsto dagli accordi di pace per consentire al Sud di decidere se continuare a far parte del Sudan o diventare indipendente. In Angola, dopo due anni di rinvii, si terranno a settembre le prime elezioni legislative dalla fine della guerra conclusasi con l'uccisione di Jonas Savimbi e la capitolazione del suo movimento armato, l'Unita.

Produttore di petrolio come il Sudan, l'Angola detiene il primato continentale dell'incremento del Pil che sfiora il 18% annuo, ma è anche uno dei paesi africani più corrotti. Il Fmi nel 2002 ha individuato un ammanco nel suo bilancio di oltre quattro miliardi di dollari che il governo si ostina a negare e a spiegare come frutto di «imprecisioni contabili». Il presidente dell'Angola Josè Eduardo Dos Santos è al potere dal 1979, il suo collega sudanese Omar Hassan el Bashir è in carica dal 1989 in seguito ad un colpo di stato.

! Anna Bono
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