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numero 280
6 marzo 2008
 
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«Dónde está el alma europea»?

di Maria Chiara Albanese - 10 luglio 2008

L'America Latina, prendendo a nolo la voce dei paesi partecipanti alla XXXV Riunione del Mercosur, il Mercato Comune del Sud delle Americhe tenutasi a Tucuman, si chiede dove stia l'anima europea rispetto al tema della migrazione, fiumi di uomini e donne che abbandonano le proprie terre alla ricerca di una nuova vita. La provocazione, che ha visto come maggiore portavoce il presidente boliviano Evo Morales, giunge a pochi giorni dalla proposta dell'istituzione di un Panel di alto livello per un dialogo permanente tra Ue e i paesi dell'America Latina e Caraibi in materia di immigrazione.

Armonizzare le politiche di visto-asilo-immigrazione è il «cuore politico pulsante» della direttiva per il rimpatrio degli immigrati irregolari presenti in Europa approvata il 18 Giugno scorso dal Parlamento europeo con 369 voti a favore, 197 contrari e 106 bianchi, ricevendo l'appoggio maggioritario da parte del Gruppo Popolare europeo e dei liberali. Il testo rispecchia perfettamente le posizioni dei Paesi membri dell'Ue sulla tematica. Sin dal Summit di Tampere del 1999 i Paesi europei hanno manifestato la loro precisa volontà di creare un fronte compatto sul tema, ponendo come pilastri del dialogo il rispetto del principio di libera circolazione delle persone garantita non solo ai cittadini comunitari, il rispetto della normativa internazionale in materia di rifugiati, come stabilito dalla Convenzione di Ginevra del 1951, ed infine il principio di integrazione dei cittadini residenti legalmente nella Comunità. L'Europa, al tempo stesso, si è sempre dimostrata coesa nel rigettare con fermezza una linea morbida nei confronti dell'immigrazione clandestina all'interno dei confini della Comunità, così come nella lotta ai trafficanti di esseri umani e soprattutto nel reciproco riconoscimento delle decisioni di espulsione. Tale tipo di approccio politico non è mai mutato dal 1999 ad oggi, anzi è andato inasprendosi per quanto concerne le politiche di restrizione di ingresso a seguito degli attentati dell'11 settembre e della conseguente lotta al terrorismo internazionale.

Gli immigrati provenienti dai paesi dell'America Latina e Caraibi non fanno eccezione a tale politica. Alcuni di loro, infatti, non hanno visto loro concesso la permanenza in Europa, laddove entrati illegalmente all'interno del territorio della Comunità. Tra le norme della direttiva che appaiono maggiormente controverse alla luce del dibattito interno latino americano sono certamente da evidenziare la reclusione sino a 18 mesi per coloro che verranno trovati sprovvisti di un valido documento di soggiorno nello spazio dell'Unione europea (reclusione possibile grazie ad un semplice atto amministrativo) e, una volta espulso, il clandestino non potrà più tornare in Europa prima di 5 anni. La recente direttiva, oggetto di profonde critiche e dibattiti nel continente sudamericano, non ha fatto altro se non rafforzare la politica sulla migrazione già esistente e stabile in Europa. I disappunti maggiori espressi dai paesi del Mercosu riguardano il comportamento degli stati europei che, sebbene in epoca passata furono patria di emigranti, oggi appaiono poco sensibili al medesimo fenomeno a ruoli invertiti.

In particolare, i paesi del Mercosur fanno riferimento ad un principio, la c.d. reciprocità storica, secondo il quale bisognerebbe riconoscere oggigiorno una responsabilità condivisa tra i paesi di origine, transito e ricezione del fenomeno migratorio. Tale argomentazione, sebbene dal punto di vista politico possa avere un grande impatto sull'opinione pubblica del nuovo mondo e su una parte di quella del vecchio mondo, appare in realtà priva di un fondamento tanto giuridico come realistico. La divergenza di opinioni trova il proprio core in una duplice visione del problema: da un lato i paesi dell'America Latina che considerano responsabile l'Europa della povertà e non sviluppo di alcuni paesi dell'area, e quindi per tali ragioni in dovere di accogliere grandi flussi migratori legali e non con provenienza latina al proprio interno; dall'altro l'Europa che riconosce in una politica di immigrazione eccessivamente aperta e permissiva una duplice difficoltà: l'incapacità di garantire la sicurezza interna della Comunità e la fallibilità di alcuni sistemi interni nazionali, per cui la previsione di visto e asilo costituirebbe de facto un «giudizio politico» nei confronti di determinati paesi, creando non poche difficoltà politiche e diplomatiche.

L'immigrazione costituisce oggi, insieme al tema energetico, il grande tavolo di discussione delle relazioni internazionali tra l'America Latina e l'Unione Europea. Sebbene sin dagli albori l'Europa abbia dedicato la propria attenzione a cementificare le relazioni sussistenti con tali paesi, ciò che più ha rilevato, in alcuni casi, è stata proprio la divergenza di opinioni e «rivendicazioni storico politiche» tra le due sponde dell'Atlantico.

È l'Europa che ha cambiato la propria politica o è solo mutata la percezione della medesima? Bisognerebbe chiedersi se le attuali critiche mosse d'oltre oceano non siano in realtà un semplice specchietto per le allodole che da un canto distolga l'opinione pubblica latina da alcune scottanti tematiche di politica interna e regionale, oltre che un mero tavolo di scontro che permetta ad alcuni nuovi personaggi politici dello scenario latino americano di rivendicare un nuovo nazionalismo e bolivarismo, perfettamente rappresentati da Evo Morales e Hugo Chávez.

Maria Chiara Albanese

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  • Attenzione - di Liberanda - 12 luglio 2008 20:12
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