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Regioni più autonome ma Stato più fortePer una riforma federale senza preconcettidi Carlo D'Andrea - 10 luglio 2008 Il dibattito sul federalismo sta ormai per entrare nel vivo del confronto politico. In un'ottica liberale la devoluzione di prerogative dal centro alla periferia risponde certamente a un'esigenza di lasciare che il territorio gestisca da sé la gran parte delle risorse che produce. Ma, particolarmente oggi, il federalismo si propone anche come ricetta per migliorare la competitività del nostro Paese in ossequio al principio per cui ridurre la filiera della riscossione fiscale e dell'erogazione dei servizi significa aumentare la trasparenza nei rapporti tra istituzioni e cittadini. In teoria queste due finalità - equità ed efficienza - sono ben chiare e lineari. Nella pratica però un approccio realistico dovrebbe indurci ad affrontare la questione con una maggiore cautela evitando una grossolana, e ormai antiquata, divisione tra federalisti e statalisti. Anche il federalismo, infatti, come ogni forma di organizzazione istituzionale non manca d'incognite e controindicazioni che, se lasciate emergere, possono contribuire a un dibattito sano e costruttivo, premessa indispensabile per assicurare all'Italia il raggiungimento degli obiettivi sopra indicati. Nel metodo dovrebbe venirci in soccorso quanto sta accadendo malamente in Europa. Non aiuta il progetto di un'Unione europea forte chi grida al nazionalismo e all'euroscetticismo ogni volta che si alza una voce contraria a un'iniziativa di Bruxelles. Così non aiuta la realizzazione del federalismo nel nostro Paese chi parla di attentato alle autonomie locali senza comprendere le argomentazioni di chi ha di fronte. Nella più critica congiuntura internazionale dal dopoguerra, il rischio è che il federalismo, o peggio ancora il semplice dibattito sul federalismo, diventi un boomerang per il nostro Paese, aprendo un conflitto interno - tra istituzioni centrali e locali e tra istituzioni dello stesso livello - che in questo momento non possiamo assolutamente permetterci. La crisi internazionale dovrebbe spingerci quindi a lasciare in stand-by il federalismo? Tutt'altro. La devoluzione completa delle prerogative più squisitamente amministrative alle Regioni può essere un'occasione per alleggerire lo Stato centrale, riducendo i costi e aumentando l'efficienza, senza intaccarne però la capacità di essere attore di una politica economica che, peraltro, negli ultimi anni presenta sempre meno margini di azione. Se è vero che gli stati europei pagano oggi, in sede Wto per esempio, la mancanza di una voce comune all'altezza dei colossi cinese e americano, sarebbe ridicolo pensare di svalorizzare ancora di più la forza decisionale del nostro governo centrale. La riforma federale deve diventare insomma l'opportunità per rendere più autonome e responsabili le Regioni italiane ma anche più forte e rapido nelle sue prerogative lo Stato, cominciando per esempio col mettere fine alla pretesa di alcuni governatori d'improvvisarsi starlette della politica internazionale, con annessi sprechi del tutto ingiustificati in pseudo-ambasciate regionali sparse tra Bruxelles, Asia e America. Quale che sia la sua forma finale, infatti, una riforma federale vera costerà sacrifici per tutti: una premessa questa dalla quale converrebbe partire con franchezza. Carlo D'Andrea |
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Ragionpolitica, periodico on line n.271 del 8/7/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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