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Attacco al consolato Usa in Turchiadi Stefano Magni - 10 luglio 2008 Che alleato è quello che ti costringe a chiudere in fortezze le tue sedi diplomatiche? Tra Stati Uniti e Turchia l'alleanza è sempre stata solida, ma tra i due popoli non c'è mai stata vera amicizia. E dopo l'11 settembre il consolato americano a Istanbul, la capitale finanziaria e culturale della Turchia (quella politica è Ankara) è stato trasferito dal centro cittadino ad un quartiere più sicuro, a Istinye. Non che vi fossero sintomi di attacco contro le sedi diplomatiche, ma non si sa mai, dopo che allo stadio di Istanbul una parte della tifoseria aveva inneggiato agli attentatori delle Torri Gemelle... Nonostante vi siano check-point anche a grande distanza dall'edificio, ieri mattina un'auto bianca con a bordo quattro persone armate è riuscita ad arrivare sino all'ingresso del consolato, all'ultimo posto di guardia presidiato dalla polizia turca. Secondo un testimone, un terrorista sarebbe sceso dall'auto nascondendo l'arma, si sarebbe avvicinato ad un poliziotto e avrebbe sparato colpendolo mortalmente. Da lì è iniziata una sparatoria, in cui gli assalitori hanno avuto la peggio: tre morti e l'autista costretto alla fuga. Ma anche la polizia turca ha subito tre vittime, un agente morto sul colpo e gli altri due in ospedale. L'obiettivo era decisamente la sede diplomatica statunitense, che è stata più volte colpita dai terroristi nel corso della sparatoria: era evidente che volessero entrare e uccidere gli americani. Il procuratore capo di Istanbul, Cengiz Engin, ha riferito che gli assalitori erano dei giovani tra i 25 e i 30 anni armati di fucile a pompa. Muammer Guler, governatore della città, afferma che si tratta di cittadini turchi. Tuttora, mentre questo articolo viene scritto, non si sa chi li abbia mandati, né se abbiano deciso di agire per conto loro, né quale sia l'ideologia che li ha spinti a compiere un gesto che si è rivelato suicida. Le prime corrispondenze televisive, sia turche che straniere, parlavano di indipendentisti curdi. E' facile che in Turchia, quando c'è un fatto di sangue, si parli prima di tutto di curdi (visti i continui casi di terrorismo di quella matrice che si sono succeduti nel corso dell'ultimo anno) e in questo caso c'era un precedente recentissimo: il rapimento di tre alpinisti tedeschi sul monte Ararat, nell'Anatolia orientale, ad opera della guerriglia curda, la notte precedente l'attentato. Era facile accostare i due episodi quasi simultanei. Però qualcosa non torna. Va bene che il Pkk è comunista e tutt'altro che filo-occidentale, ma attaccare gli americani in questo periodo sarebbe veramente una mossa suicida, considerando che sono proprio gli Usa i garanti dell'autonomia del Curdistan in Iraq e i sostenitori degli autonomisti in Iran. Si sarebbe potuto vedere l'atto terroristico come una vendetta contro il tradimento compiuto dagli americani nei loro confronti, quando hanno permesso all'esercito turco di sconfinare in Iraq per smantellare le basi del Pkk. I vertici curdi, tuttavia, hanno immediatamente smentito il loro coinvolgimento nell'attacco al consolato di Istanbul. E la loro smentita è più che credibile. Nessuno ha ancora rivendicato l'attacco. Si può ipotizzare un atto eversivo nazionalista, visto che i militari più duri, in questo periodo, sono sotto inchiesta per aver tentato di costituire un vero e proprio Stato parallelo («Ergenekon») contro il governo islamico di Recep Tayyip Erdogan. Gli appassionati di trame dietrologiche possono vedere in questo attentato all'Occidente una sorta di strategia della tensione, un complotto ordito dai militari per gettare la colpa sugli islamici. Ma gli islamici non sono sospettabili? Ieri sera, fonti di polizia turche hanno dichiarato alla Cnn che c'è molto probabilmente Al Qaeda a monte di questo attentato. Le stesse fonti affermano che quei terroristi islamici turchi si erano addestrati in Afghanistan prima di tornare a Istanbul a compiere il loro ultimo gesto di violenza. D'altra parte il più sanguinoso attentato subìto dalla Turchia nella sua storia recente è opera di Al Qaeda quando, in due occasioni successive, il 15 e il 20 novembre 2003, fece esplodere camion bomba di fronte a due sinagoghe, al consolato britannico e alla banca Hsbc. In questo periodo, inoltre, il terrorismo islamista di Al Qaeda sta colpendo duramente in tutti i Paesi musulmani nemici: le bombe in Pakistan e la distruzione dell'ambasciata indiana a Kabul sono parte di una vasta campagna del terrore. La rete islamista fondata da Bin Laden è molto attiva su Internet (è appena stato scoperto un manuale online per preparare autobombe), dove può fare sempre nuove reclute, e si sta riorganizzando in Africa e nelle aree tribali del Pakistan occidentale. Chiunque sia stato il mandante, comunque, non deve aver avuto molte difficoltà ad arruolare i terroristi tra i turchi. Perché l'antiamericanismo, soprattutto dopo l'11 settembre, è in continua crescita. La cultura pop è sempre un barometro significativo dei sentimenti popolari. Nel 2005 il libro più letto e più apprezzato in assoluto in Turchia era Metal Firtina (tempesta di metallo), un thriller militare che si rivela un concentrato di anti-americanismo. Un romanzo in cui il presidente degli Usa è un fanatico religioso (ma prende gli ordini dalla società segreta para-massonica «Skulls and Bones»), i militari americani sono assetati di sangue e ammazzano tutto quel che trovano, Istanbul viene conquistata per essere ritrasformata nella cristiana Costantinopoli e la causa dell'invasione è il tentativo americano di conquistare giacimenti metalliferi in Anatolia. Ma alla fine i turchi vincono (!) perché un loro «eroe» va a piazzare un'atomica nella capitale dei cattivi. E' questa l'America vista dai turchi? Un potere massonico-cristiano teso a distruggere l'Islam e comunque sempre mosso dalla fame di conquistare risorse? Neanche la propaganda iraniana era arrivata a tanto. Nel 2006 il film più visto nelle sale turche (e la produzione più costosa nella storia della cinematografia nazionale) era «Nella valle dei lupi: Iraq». Un'altra summa di anti-americanismo (e anti-semitismo) in cui un chirurgo ebreo americano commercia gli organi dei prigionieri iracheni, prelevati da una regione dell'Iraq del Nord governata col pungo di ferro da un agente della Cia fanatico cristiano, un uomo che ordina massacri «nel nome di Dio». Quindi tornano i soliti luoghi comuni: gli americani sono dipinti come un concentrato di violenza, mossi da un misto di fanatismo religioso e avidità capitalista, in questo caso anche comandati dai soliti ebrei. E la moglie di Erdogan, dopo averlo visto, l'ha definito «realistico». In Italia ci si chiede, dopo ogni atto di bullismo, quale film violento vedano i nostri ragazzi, che cosa stia dando loro l'esempio. In Turchia gli esempi di odio contro l'America pullulano. Un sondaggio condotto nel 2006 su quale fosse considerata la nazione più pericolosa, i turchi rispondevano: «Stati Uniti: 35%; una possibile nazione curda indipendente: 25.8%; Grecia: 9.5%; Unione Europea: 5.5%; Israele: 4%; Iraq: 3.5%; Iran: 1.5%; Russia: 0.3%; altri: 1.1%; nessuno fra quelli nominati: 1.9%; non so non risponde: 8.2%».
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Ragionpolitica, periodico on line n.271 del 8/7/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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