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Tregua a tempo indeterminato

di Alexandra Javarone - 15 luglio 2008

Il presidente Sarkozy ha aperto il summit internazionale dell'Unione per il Mediterraneo, augurando all'organismo un futuro luminoso: «Quello che abbiamo creato per l'Europa possiamo crearlo anche per il Mediterraneo». Tuttavia, per organizzare «uno spazio» di sicurezza, solidarietà e giustizia sarà necessario - ha aggiunto - l'apporto pragmatico di tutti i 43 Paesi coinvolti nelle trattative. Superate le divisioni fra la sponda nord e la sponda sud ed accantonati i piani e le spoglie dell'estinto processo di Barcellona, i 44 capi di Stato e di governo porranno infine le fondamenta dell'Upm, organismo la cui struttura decisionale sarà fondata sul meccanismo della «decisione congiunta» da affidarsi alle due sponde.

Diversi i progetti economici e politici che l'Unione per il Mediterraneo intende perseguire, ma tutti inesorabilmente connessi e condizionati alla stabilità nella regione, ovvero alla risoluzione della questione mediorientale. Olmert e Abbas, seduti attorno allo stesso tavolo delle trattative, lanciano una accattivante serie di proponimenti volti alla pacificazione. Da Parigi il premier israeliano Olmert s'è detto certo d'esser vicino all'accordo con i palestinesi.

Ebbene, lo slancio diplomatico voluto da Parigi si prefigge un progetto di pace da promuovere attraverso l'Unione per il Mediterraneo. Perfino Abu Mazen ed Olmert paiono aver infine ritrovato una comune sintonia d'intenti volta alla «stabilità mondiale», cui nodo più intricato e radicato è appunto la questione israelo-palestinese. «Presto potremo giungere al compromesso, magari entro pochi mesi», proprio grazie alla fertile mediazione del presidente di turno dell'Ue. Insomma, un trionfo di buoni proponimenti ed un richiamo ai propositi del passato, quelli già svaniti e deposti dalla guerra, dall'intifada, l'intolleranza o ancora infranti nell'ingiustizia di molti, senza alcuna distinzione.

Il clima è sereno: la gran parte degli Stati arabi siede oggi accanto ai Paesi europei, il momento è d'elevata portata storica, ma lo smisurato conato diplomatico, voluto dalla Francia, rischia di segnare solo un ennesimo fallimento negoziale. Di fatto la diatriba israelo-palestinese è certo questione centrale, ma il conflitto Mediorientale si è da tempo esteso ben oltre gli interessi e i conflitti fin qui richiamati. Il Libano, l'Iraq, l'Afghanistan e l'Iran, distinti e, allo stesso modo, strettamente connessi alla questione mediorientale, rappresentano il lungo snodo di un'unica crisi, fatta di accordi, pacificazioni sommarie e poi losche trame sotterranee. La scelta francese reca, allora, un lunga serie di punti oscuri e criticità. Ebbene, seppur la pace, per esser tale, dovrebbe, come è evidente, coinvolgere tutti gli Stati implicati, chiamare allo stesso tavolo delle trattative un Paese quale la Siria potrebbe rivelarsi scelta non immune al fallimento.

I principali attori della così detta pacificazione sono, allo stato attuale, solidalmente delegittimati. La popolarità di Olmert, colpito recentemente da nuove e più pesanti accuse di frode, è ai minimi storici. Ed anche il ruolo di facilitatore, assegnato al premier turco Erdogan, che dovrebbe offrire un canale di dialogo indiretto fra Siria ed Israele, rischia d'esser, piuttosto, inficiato dalla grave crisi interna alla Turchia, che vede l'Akp coinvolto in un'inchiesta giudiziaria. In Libano, invece, dopo gli accordi di Doha, l'asse iraniano degli Hezbollah ha raggiunto una sorta di legittimazione interna, suggellata dal controverso diritto di veto, segnando nei fatti l'inapplicabilità della risoluzione 1701 (il disarmo delle milizie di Hezbollah, garanzia posta alla base dello schieramento delle forze multinazionali, non potrà essere ordinato senza l'assenso del Partito di Allah) e la conseguente vittoria del regime rivoluzionario dell'Iran.

Dunque, sottrarre la Siria dall'orbita persiana, coinvolgendola nelle trattative internazionali, potrebbe tradursi in una mossa azzardata. Certo Assad potrebbe aver riconsiderato la propria posizione scegliendo di sottrarsi all'oneroso impegno preso con la Persia, anche e sopratutto a seguito dell'ultimo golpe (perpetrato dal cognato), sventato dallo stesso Assad. Tuttavia, la causa messianica del neo-Khomeinismo, cui ostile dorsale d'aggregazione è proprio l'antisemitismo, potrebbe rivelarsi non negoziabile ed immune alle dinamiche della pacificazione. Non è poi forse proprio la Taqiyya, la dissimulazione, uno dei precetti cui un buon mussulmano può adeguarsi qualora venga richiesto dalle circostanze?

Alexandra Javarone

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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