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numero 280
6 marzo 2008
 
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Un vincitore ed un vinto

di Enrica Bucciarelli - 15 luglio 2008

La bozza della Risoluzione fortemente sponsorizzata dagli stati occidentali, su tutti Stati Uniti e Gran Bretagna, e contenente misure sanzionatorie a discapito del Presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, e dei suoi più stretti collaboratori, è stata affossata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Se i no di Libia, Vietnam e Sud-Africa (quest'ultima estremamente preoccupata da un'eventuale guerra civile ai suoi confini) erano prevedibili e comunque non decisivi ai fini dell'approvazione del documento, i veti posti dalla Federazione Russa e dalla Repubblica Popolare Cinese hanno impedito l'approvazione del provvedimento provocando stupore e polemiche.

In particolare, il voto negativo russo ha destato la reazione di Gran Bretagna e Stati Uniti i quali hanno etichettato l'ex superpotenza come partner inaffidabile. Con tutta probabilità, la decisione russa è inscrivibile nell'ambito della querelle, ormai decennale, concernente la realizzazione dello scudo spaziale. Ad inizio settimana, infatti, è stato concluso un accordo fra Usa e Repubblica Ceca per la creazione di uno scudo antimissile e il veto russo in seno al Consiglio di Sicurezza è stato un malcelato e improduttivo tentativo di vendetta.

Più complesso è analizzare il voto negativo cinese. Pechino ha giustificato il suo comportamento con la volontà di non andare ad inficiare l'attività di mediazione che il Presidente sudafricano Mbeki sta portando avanti fra il partito di Mugabe e il Movimento per il cambiamento democratico del leader dell'opposizione Morgan Tsvangirai. Una motivazione che non regge soprattutto alla luce del fatto che si tratta di negoziati con poca possibilità di riuscita.

Verosimilmente, le motivazioni reali sono da rintracciare nelle politiche energetiche che la Repubblica Popolare sta portando avanti nei Paesi africani. Non è certo un segreto che Pechino per assicurarsi l'approvvigionamento di materie prime necessarie per supportare il suo rocambolesco sviluppo economico, ha più volte chiuso gli occhi sulla situazione interna, spesso sul ciglio di un burrone, dei paesi con i quali si trovava a trattare e ad utilizzare ad hoc il suo potere di veto all'interno del Consiglio di Sicurezza per finalizzare la sua politica di diversificazione dei paesi esportatori di materie prime. La Repubblica dello Zimbabwe, seppur non particolarmente ricca di petrolio o idrocarburi, dispone di riserve minerarie di carbone, nickel, ferro e rame, minerali di cui il paese asiatico ha estrema necessità. Per il momento non vi è notizia di accordi intergovernativi fra i due paesi, ma perché precludersi la possibilità di future collaborazioni?

Ad ogni modo e a prescindere da qualsiasi motivazione, i veti posti da Russia e Cina hanno dichiarato un sicuro vincitore: Robert Mugabe, il quale con tutto il disprezzo per ogni regola democratico-elettorale continua a spadroneggiare nel suo paese e a condurre lo Zimbabwe come se fosse un affare strettamente privato. Purtroppo accanto ad un vincitore c'è anche un vinto: le Nazioni Unite, le quali hanno perso un'altra buona occasione per dare prova di forza e severità nonché per far funzionare al meglio il loro sistema sanzionatorio. Un sistema che, alla luce dei fatti, si è rivelato ancora una volta troppo legato alla risoluzione delle controversie tramite le sue endemiche logiche. Conseguentemente, la tanto paventata riforma del Consiglio di Sicurezza si sta palesando come una necessità sempre più pressante.

Enrica Bucciarelli

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Ragionpolitica, periodico on line n.272 del 15/7/2008
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