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numero 280
6 marzo 2008
 
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Enigmi

di Cristoforo Zervos - 19 luglio 2008

Non è troppo lontano il ricordo di Walter Veltroni mentre, non senza difficoltà, si apprestava a formare il Partito democratico al suono di un «Si può fare» troppo italico per non esser grottesco. Messo alle corde «il Professore» ed i «compagni», il nuovo progetto riformista prendeva il largo, ed è ancora ben vivo il ricordo delle corse di Romano Prodi, subito dopo le primarie che incoronavano Veltroni, a cercar di salvare il salvabile per rivendicare la paternità del partito, oggi ricordata puntualmente (e non casualmente) dagli uomini «sistemati» a suo tempo (vedi Parisi). Dopo il «girotondo» romano di qualche tempo fa la nuova sinistra, dopo aver toccato il fondo, ha addirittura iniziato a scavare per raggiungere il centro della terra costringendo, per forza di cose, il leader del Pd a dissociarsi in fretta e furia dall'Italia dei Valori, di Antonio Di Pietro. Veramente bizzaro.

Ma non fu Veltroni a portare in Parlamento l'IdV? Ma non fu sempre lo stesso Veltroni a salvare dal quorum l'IdV? Ma chi presentò agli elettori di sinistra Di Pietro come un alleato che petto in fuori, panza in dentro, si presentò a braccetto con i «grillini» al fine di raccoglier voti tramite semplicità giustizialiste? Veltroni forse?

Perché allora, visto la chiara incompatibilità, ad aprile scorso Veltroni si associò orgogliosamente al cartello «manettaro»? Il nuovo progetto riformista aveva come punto cardine la non «demonizzazione» dell'avversario ed il superamento dello spocchioso convincimento di una «superiorità antropologica» inesistente, più fatta di terrazze radical-chic che di altro. Gli italiani sono 15 anni che preferiscono e votano il centro destra, ed è chiaro che alla fine qualche sospetto sia arrivato anche tra i «compagni». Il disegno di Veltroni, stando almeno alle sue parole, avrebbe dovuto riportare la politica alla supremazia che giustamente le spetta identificando le soluzioni utili per il paese, evitando le spallate di alcuni procuratori. Unico fine quello di recuperare la fiducia dalle urne e, con queste ultime, la fiducia della gente. Ma se anche oggi questo è il programma di Veltroni, perché imbarcare un partito come quello di Di Pietro completamente in contraddizione con lo spirito del Partito Democratico, nonché lasciando per strada il Psi, tanto caro alla corrente «diessina» del partito? Forse per ricompensare il «bell'Antonio» dello «tsunami» di Mani Pulite che tutto distrusse tranne Pci e Pds? Ci sembra alquanto improbabile.

Detto questo allora Veltroni spieghi il perché dell'alleanza con Di Pietro, ma non a noi, bensì ai suoi elettori i quali non hanno ancora ben capito come mai il Partito Socialista sia rimasto «al palo» lasciando spazio all'Italia dei Valori, ben presto destinato a finire nel dimenticatoio politico. Ci è molto difficile credere che Veltroni si sia potuto abbassare all'onda dell'antipolitica «grilliana», sperando di rendere una sconfitta ormai annunciata meno pesante. Dopotutto si tratta del nuovo percorso della sinistra italiana che di certo non si sarebbe mai potuta abbassare a tali «mezzucci» pur di ottener consenso. O no?

Cristoforo Zervos

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