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Sudan. Omar Hassan el Beshir, un presidente alla sbarra?

di Anna Bono - 15 luglio 2008

Le reazioni all'incriminazione di un capo di stato da parte della Corte penale internazionale non si sono fatte attendere. Il capo di stato in questione è quello del Sudan, Omar Hassan el Beshir, per il quale il procuratore della Cpi, l'argentino Luis Moreno Ocampo, chiede un mandato d'arresto in base a 10 capi d'accusa che includono i reati di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Le vittime di el Beshir sono le popolazioni di origine africana del Darfur sterminate e disperse dalle milizie janjaaweed, armate e finanziate da Khartoum che persegue da decenni un progetto di arabizzazione del Sudan di cui per primi pagarono il prezzo gli abitanti cristiani e animisti del Sud, nel corso di una guerra durata decenni e conclusasi all'inizio del 2005.

Il governo sudanese ha immediatamente replicato di non riconoscere autorità e giurisdizione alcuna alla Cpi di cui, come peraltro più di metà degli stati del mondo, non ha mai sottoscritto lo statuto. Si era già espresso in questi termini nel febbraio del 2007 allorché la Corte aveva incriminato degli stessi reati il generale Ali Kushayb e l'attuale ministro sudanese degli affari umanitari, Ahmad Muhammad Harun. «I giudici decideranno il modo migliore per garantire la loro comparsa davanti alla Corte» aveva dichiarato allora il Procuratore capo ben sapendo tuttavia che è proprio questo il punto debole della Cpi: la mancanza di mezzi per arrestare chi non si presenta spontaneamente o gli viene consegnato dalle forze dell'ordine di un governo disposto a collaborare.

Dal 2006 sono invano attesi in aula anche Joseph Kony e i suoi luogotenenti. Kony è il fondatore del Lord Resistance Army, il movimento armato antigovernativo che per 20 anni ha imperversato nelle regioni settentrionali dell'Uganda. Le denunce della Cpi giunsero proprio mentre l'Lra aveva accettato una tregua e l'avvio di negoziati, a Juba, nel Sud Sudan, e da allora costituiscono uno dei principali ostacoli al raggiungimento di un accordo definitivo perché i vertici del movimento tra le condizioni di pace pongono la revoca dei mandati di cattura della Cpi, chiedendo di essere giudicati da tribunali ugandesi secondo le regole della giustizia tradizionale.

Anche nel caso del Darfur, l'iniziativa della Corte rischia di peggiorare la situazione. Beninteso, da anni el Bashir è ritenuto responsabile della guerra in corso in Darfur, che ha causato finora oltre due milioni di profughi e sfollati e decine, forse centinaia di migliaia di morti. Il punto è come mettere fine al conflitto e proteggere i sei milioni di sudanesi che vivono nella regione. Il mandato di cattura della Cpi è inattuabile senza la collaborazione del governo sudanese o un'azione di forza, ma potrebbe compromettere i lunghi e difficili colloqui di pace in corso tra i contendenti e il dispiegamento della Unamid, la missione che vede impegnate Nazioni Unite e Unione Africana e che a pieno regime dovrebbe raggiungere le 26.000 unità. Potrebbe risentirne inoltre l'attività dell'altra missione di peacekeeping dell'ONU, la Unmis, operativa dal 2005 per vigilare sull'applicazione del trattato di pace tra Khartoum e Sud Sudan e sulla ricostruzione delle regioni meridionali.

Questo spiega la «forte preoccupazione» subito espressa dal Segretario generale dell'ONU, Ban Ki-moon, affrettatosi a dichiarare che la Cpi agisce "in piena autonomia", e quella del presidente dell'Unione Africana, il leader del Tanzania Jakaya Kikwete, che ha invitato la Corte a rivedere la propria decisione "finché non avremo risolto i principali problemi nel Darfur e nel Sud Sudan. Alle loro voci si è aggiunta quella dell'Organizzazione della Conferenza islamica che non ha perso occasione per domandare come mai la Cpi «spesso silenziosa sulle atrocità commesse in varie parti del mondo, come in Palestina ad esempio, trovi ora appropriato sollevare una questione che rischia di precipitare nel caos il Sudan e l'intera regione». Alla fine della settimana sarà la Lega Araba a pronunciarsi a sua volta, durante la riunione convocata d'urgenza per discutere della questione. Un problema in più si pone per l'Italia che ha incluso il Sudan nel «Piano Africa» e che dovrà considerare l'opportunità di mantenere rapporti con un interlocutore accusato di reati tanto gravi.

! Anna Bono
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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