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6 marzo 2008
 
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Nella tempesta internazionale le banche galleggiano

Decisiva la strategia di aggregazione e l'occhio vigile di Banca d'Italia

di Francesco Zambon - 17 luglio 2008

Il succedersi delle relazioni di Banca d'Italia, Abi e Consob fornisce non pochi spunti di riflessione a queste colonne, che preferiscono approfittarne prima che tutto il dibattito giustizialista che si fa largo sui mezzi d'informazione travolga tutto. Ebbene, è cosa nota che l'industria finanziaria globale abbia notevoli responsabilità nella crisi in atto. Lo ha scritto - parecchi mesi or sono, quando poteva davvero apparire un Don Chischiotte contro i mulini a vento - Giulio Tremonti. Le banche, in funzione di una domanda incoraggiata da buone condizioni macroeconomiche, hanno allentato i criteri di valutazione del merito creditizio. Così facendo, hanno privilegiato la quantità alla qualità delle operazioni. Hanno avuto scarsa percezione del rischio di determinate operazioni.

Oltre alla leggerezza nel valutare il rischio, al disastro ha contribuito pure il mal funzionamento delle procedure di rating, i modelli di valutazione dei prezzi delle attività finanziarie strutturate e i relativi principi di contabilizzazione, nonché le modalità organizzative dei sistemi di vigilanza. Secondo Giulio Tremonti, la scintilla della crisi è in particolare una tecnica che negli ultimi tempi è andata per la maggiore tra le banche: l'OTD(originate-to-distribute-model). L'OTD è la tecnica con cui chi origina un rischio lo trasferisce a soggetti terzi. In un crescendo intensissimo, la struttura aperta dei mercati finanziari, la caduta dei controlli e le nuove tecniche della finanza hanno infatti sancito la rottura del vecchio equilibrio tra rischio e responsabilità, aprendo una tragica asimmetria, quella tra origine del rischio e responsabilità per il rischio.

A fronte di tutto ciò - va detto - lo scenario italiano è un po' più sereno di quanto si potrebbe immaginare. Sebbene sussista una lieve flessione dei ricavi, il nostro sistema bancario è stato caratterizzato da maggiore lungimiranza e rigore. Infatti, se si escludono le plusvalenze e i ricavi di natura straordinaria, gli utili dei cinque maggiori gruppi bancari italiani si sono ridotti solo di un terzo rispetto allo stesso periodo del 2007. Valutato su base annua, il rendimento del capitale e delle riserve è diminuito di quasi cinque punti, scendendo al 9% circa. Il peggioramento è iniziato nel terzo trimestre dell'anno scorso. Hanno inciso la flessione dei ricavi da commissioni, dovuta soprattutto alla riduzione dell'attività di gestione del risparmio, le perdite da negoziazione di titoli, le svalutazioni delle attività in portafoglio. Nel 2007 il coefficiente relativo al patrimonio di base (Tier 1 ratio) dei maggiori gruppi, pur restando al di sopra dei limiti regolamentari, si è lievemente ridotto, dal 6,8% al 6,5% in media. E' degno di nota che il rapporto tra crediti deteriorati e attivi di bilancio dell'insieme dei gruppi rimane intorno al 5%; e solo per il 3% circa si tratta di sofferenze vere e proprie. Oltre il 60% delle sofferenze è coperto da svalutazioni effettuate in bilancio. Il flusso delle nuove sofferenze in rapporto ai prestiti esistenti resta intorno all'1% per le imprese, allo 0,8 per le famiglie consumatrici, valori da considerare fisiologici.

Cosa significa tutto ciò? Che l'impatto della turbolenza finanziaria internazionale sui conti delle banche italiane è stato fino ad oggi comparativamente limitato. La scarsa incidenza dei crediti deteriorati è collegata a due fattori principali: (i) la scarsa esposizione delle banche italiane a operazioni ad alto rischio come i subprime e (ii) la vigilanza della Banca d'Italia. Gli istituti italiani si sono tenuti alla larga dall'erogazione di fidi a soggetti con un basso rating. La loro diffidenza e la richiesta di garanzie tangibili a fronte dell'erogazione, ha posto le nostre banche al riparo dalla crisi. D'altra parte, la Banca d'Italia ha richiesto ai soggetti controllati requisiti via via crescenti. È stato superato lo standard concordato mediante il Trattato di Basilea del 1998, in tema di vigilanza bancaria. Di fatto, Draghi ha anticipato l'implementazione delle disposizioni del nuovo Trattato di Basilea, c.d. Basilea II, siglato nel 2004.

Fin qui le note positive, ma scordarsi il resto equivarrebbe a tralasciare la proverbiale trave nell'occhio. Le banche italiane difettano ancora di concorrenza. Le aggregazioni, che pur hanno irrobustito il sistema, hanno inciso poco sulle tempistiche della portabilità dei mutui e di altri servizi. E il risparmio continua ad essere gestito dagli stessi istituti. È raro infatti che allo sportello ci propongano investimenti in fondi e altri prodotti che non siano sottoposti all'egida della banca di cui siamo correntisti. Per converso, qualcosa si muove. Interessante, per esempio, il progressivo abbattimento dei costi della gestione dei conti correnti e della loro portabilità. Questo fatto dimostra che le integrazioni e le sinergie dei grandi gruppi possono avere influssi positivi sui consumatori e non solo sui conti delle banche stesse.

Francesco Zambon

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