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Guantanamo: il caso Omar Khadr

di Stefano Magni - 17 luglio 2008

«L'opinione pubblica canadese sarà scioccata nel vedere come viene trattata la sua gioventù», dichiara l'avvocato Dennis Edney, uno dei difensori legali di Omar Khadr. Sono state diffuse dalla Cbc canadese le immagini del suo interrogatorio a Guantanamo, condotto da due ufficiali canadesi. Perché l'opinione pubblica canadese (e mondiale, dato che il filmato è visibile in tutto il mondo) resterà scioccata? Nel video non si vedono torture. Non si vedono elettroshock, né motoseghe in azione, né ferri roventi. Quei metodi (e molti altri) sono impiegati dagli aguzzini di Al Qaeda sui cittadini iracheni, afgani e occidentali che hanno la digrazia di finire vivi nelle loro mani, non solo per interrogarli, ma anche per puro sadismo. I manuali dei loro supplizi sono stati trovati l'anno scorso in Iraq e circolano su Internet. Tuttora vengono scoperte camere di tortura e fosse comuni. Le ultime delle quali sono state trovate dall'esercito regolare iracheno il 27 aprile scorso: una tomba collettiva per 50 civili uccisi da Al Qaeda nella provincia di Diyala e un'altra, con altrettanti corpi, nei pressi di Baghdad.

No: non è per questi orrori che l'opinione pubblica canadese resterà scioccata. I crimi di Al Qaeda sono noti ai soldati iracheni, afgani, americani ed europei che la combattono in prima linea sui fronti dell'Afghanistan e dell'Iraq. Per tutti gli altri, per le opinioni pubbliche occidentali che leggono i giornali, sono dettagli truculenti che non fanno notizia. Il filmato dell'interrogatorio di Omar Khadr, invece, fa notizia: «Il primo filmato da Guantanamo». Risale al 2003. Si vede il giovane prigioniero (16 anni), vivo, intero, interrogato da due ufficiali che gli fanno domande in inglese, in tono cordiale, a cui risponde in inglese, in lacrime. Lui dice di stare male e si toglie la caratteristica casacca arancione degli internati di Guantanamo, per far vedere le ferite che ha subìto in Afghanistan. «Non sono un medico, ma mi sembra che tu sia stato curato bene», dice uno dei due ufficiali. «No, non è vero: ho perso i miei occhi, ho perso i miei piedi», risponde il prigioniero, che alla fine del filmato cammina (quindi i piedi li ha) e mostra i suoi occhi. Un ufficiale glielo fa notare: «Guarda che hai ancora gli occhi e i piedi sono ancora in fondo alle tue gambe», dice prendendolo anche sul serio. L'avvocato di Omar Khadr dice che il suo cliente è stato torturato, tramite la privazione del sonno. Ma nel filmato non si vede alcuna «tortura bianca».

Perché mai l'opinione pubblica canadese dovrebbe rimanere scandalizzata da un video del genere? Le immagini non danno adito a scandalo. Semmai lo scandalo può essere provocato dall'antefatto dell'interrogatorio. Perché Omar Khadr è finito a Guantanamo? Qualcuno se lo è mai chiesto? Il ragazzino canadese è stato catturato da soldati statunitensi, non in Canada, ma in Afghanistan, nel 2002, in uno scontro a fuoco tra gli americani e una «presunta base di Al Qaeda», giusto per usare i termini correttissimi del sito della Bbc, che usa il condizionale dubitativo ogni volta che la notizia arriva dalle forze armate statunitensi. E in questo scontro a fuoco, durato quattro ore, Khadr non era tra le file degli americani, né tra quelle dei soldati canadesi che combattono al fianco degli americani, né era di passaggio, né era un turista colto in mezzo al tiro incrociato, né un cooperante di una Ong: era in mezzo ai «presunti» terroristi, nella «presunta» base di Al Qaeda e «probabilmente» ha anche lanciato una granata che ha ucciso uno dei soldati americani. Poi è stato ferito e catturato.

Questo sì potrebbe essere un motivo di scandalo per l'opinione pubblica. Un cittadino di un Paese occidentale dovrebbe essere molto preoccupato a sapere che un suo vicino di casa o compagno di scuola, l'ultimo figlio di una famiglia che ha fatto la spola tra Pakistan e Canada, alla fine si stabilisce in Afghanistan in una «presunta» base terrorista e forse lancia anche granate contro i militari americani. Un canadese dovrebbe essere preoccupato o scandalizzato dal fatto di sapere che un suo concittadino, probabilmente, ha combattuto assieme a gente che ammazza i compatrioti in uniforme: il Canada è uno dei Paesi che ha subìto più perdite in assoluto nella guerra contro i Talebani e Al Qaeda. Un canadese dovrebbe porsi serie domande su quale istruzione, quale ambiente familiare, quali maestri di vita hanno portato un ragazzino dell'età della prima superiore (aveva 15 anni nel 2002) a combattere sotto le bandiere di uno dei regimi totalitari più sanguinari della storia recente. Nei documenti di Al Qaeda si trovano anche lodi a suo padre, scritti con il consueto linguaggio da culto della morte, per aver «spinto il suo piccolo figlio nella fornace della battaglia».

Queste domande sono inesistenti nel dibattito che si sta svolgendo in questi giorni attorno al caso del filmato di Guantanamo. Ci si chiede, al contrario, perché un «presunto terrorista» catturato non abbia diritto da subito ad un avvocato e ad un equo processo. Se Omar Khadr debba essere processato in Canada o rimanere a Guantanamo (e il governo conservatore lo vuol lasciare là); quali metodi di interrogatorio siano legittimi e quali no. Siamo l'unica civiltà in guerra, probabilmente l'unica in tutta la storia militare, che non si pone neppure il problema di come sconfiggere il nemico, ma solo di come contenere la propria violenza. E come garantire al meglio i diritti di chi ci combatte.

! Stefano Magni
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