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6 marzo 2008
 
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Ecco il Moro liberale

di Andrea Camaiora - 19 luglio 2008

A trent'anni dalla scomparsa di Aldo Moro si dovrebbe parlare con meno timori e con meno ipoteche di uno degli statisti che hanno segnato la storia dell'Italia repubblicana. Il vice presidente dei senatori del PdL, Gaetano Quagliariello, ha avuto modo di definire la sua vicenda umana e politica, così come il suo dramma, «l'autobiografia di una democrazia difficile». Aldo Moro appartiene alla seconda generazione dei politici cattolici italiani, quella che, per vincoli generazionali, non ebbe modo di conoscere lo Stato liberale. Fu invece partecipe della grande scuola della Fuci che ebbe appunto Moro come presidente, Andreotti suo vice e monsignor Montini - lo stesso cui toccò recitare, da Pontefice, lo straziante appello per salvare la vita del leader dc - assistente spirituale. Aldo Moro si formò, quindi, in un periodo caratterizzato da una profonda crisi del liberalismo e da una sorta di pregiudiziale antistatuale che trovava origine nel difficile rapporto tra i cattolici e la vicenda dello Stato unitario e nella necessità di ricorrere all'identità cattolica come ad una divisa, per riuscire a non compromettersi con il regime fascista. Nonostante la maturazione politica e culturale morotea, questa impostazione non subì cambiamenti.

Questa diffidenza nei confronti dello Stato si manifestò anche nelle posizioni assunte da Moro in assemblea costituente. Lì, con Lelio Basso, La Pira, Togliatti e Dossetti, tentò di teorizzare una democrazia nella quale i partiti avrebbero avuto un ruolo sovraordinato rispetto a quello delle istituzioni dello Stato. Al tempo stesso la formazione cattolica ne faceva un sostenitore del primato della persona e dei limiti della politica. Addirittura in questo senso Moro, a modo suo, si sentiva liberale, come scrive sulla rivista Studium nel luglio 1945: «Vi sono nell'esperienza cristiana motivi schiettamente liberali, perché cristiana è l'ansia dell'essenziale, cristiano il rispetto religioso per tutte le espressioni della vita, guardate come manifestazioni irrinunciabili della persona, anche se vengono naturalmente conferite alla vita sociale. (...) Bisogna che la politica si fermi in tempo per non guastare queste cose: bisogna che essa, riconoscendo i suoi limiti, lasci all'uomo il possesso esclusivo di questo suo mondo migliore, intimo ed originale. Essa è soltanto uno strumento di questa rivelazione ed è nel suo essere subordinata e pronta a servire la totalità complessa e misteriosa della vita la sua innegabile grandezza». Da ciò deriva pertanto la concezione dello Stato in Moro, ossia qualcosa che non poteva essere né dato a priori, né tantomeno poteva essere un'imposizione. Contemporaneamente, sempre per citare le parole dello statista, si doveva assicurare in ogni modo «la piena immissione delle masse nella vita dello Stato: tutte presenti nell'esercizio del potere, tutte presenti nella ricchezza della vita sociale». Mentre diceva queste cose sapeva di vivere in Italia, ossia nel Paese che ospitava il partito comunista più forte dell'Occidente e al tempo stesso una destra fortemente ancorata al suo passato fascista e dunque auto delegittimata in partenza.

Fu per queste ragioni che Moro sostenne l'idea del premio di maggioranza inserito nella riforma elettorale del '53. Di «questo» Moro poco si parla. Eppure era un Moro estremamente moderno. Nel difendere quella che i comunisti chiamavano «legge truffa», affermava: «La democrazia non è soltanto il regime della maggioranza, ma il regime del rapporto necessario, della garanzia permanente di esistenza e di funzionalità, ciascuna nel proprio ambito, di una maggioranza e di una minoranza. (...) Bisogna, nell'ambito di un reggimento democratico, che la maggioranza possa orientare, dirigere, prendere iniziative e decisioni, e che la minoranza possa con forza e sicurezza operare secondo la sua funzione di controllo, proporre alternative, permettere eventuali mutamenti nell'orientamento del Paese».

Purtroppo la legge che volevano De Gasperi e Moro non trovò mai realizzazione. E la storia dell'Italia prese la piega che tutti conoscono. In questa nuova e diversa Italia Moro faceva politica e in questo quadro, profondamente differente da quello che avrebbe desiderato, si trovò ad operare. In quest'ottica va letta la sua apertura al centrosinistra e, dunque, ai comunisti. Si trattò della ricerca di convergenze parallele ma che non regalavano nulla alla sinistra. Basti pensare alle parole pronunciate da Moro il 9 marzo '77 quando lungo la Penisola c'era chi avrebbe voluto processare nelle piazze il suo partito, la Dc, ovvero il partito di maggioranza relativa: «Difendiamo uniti la Democrazia cristiana (...). Quello che non accettiamo è che la nostra esperienza complessiva sia bollata con un marchio di infamia in questa sorta di cattivo seguito di una campagna elettorale esasperata (...). A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza, a chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più netta reazione e con l'appello all'opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita (...). Abbiamo certo commesso anche degli errori politici (...). Ma come frutto del nostro, come si dice, regime, c'è la più alta e la più ampia esperienza di libertà che l'Italia abbia mai vissuto nella sua storia; un'esperienza di libertà capace di comprendere e valorizzare, sempre che non si ricorra alla violenza, qualsiasi fenomeno critico, qualsiasi vitale ragione di contestazione, i quali possano fare nuova e vera la società».

Al di là delle tante possibili analogie fra le riflessioni di Moro e i fatti della nostra attualità politica, al di là di una transizione che dura dal '94 e dimostra quanto fosse resistente la natura comunista che lo statista democristiano cercò di ammaestrare, ciò che più conta è guardare a Moro non come una certa dottrina vorrebbe farlo conoscere, ma più compiutamente. Il suo patrimonio politico e culturale appartiene a tutti e in particolare al popolo dei moderati, dei riformisti e dei liberali molto più di quanto non ci avessero fatto credere sui banchi di scuola e di università o nelle piazze.

Andrea Camaiora

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