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Il mito di Camelotdi Alexandra Javarone - 22 luglio 2008 Ha preso avvio dalla tappa-simbolo dell'Afghanistan il tour inaugurale del candidato democratico per la Casa Binaca, Barack Obama. Date e spostamenti non sono ancora del tutto noti per ragioni di sicurezza, ma il «viaggio studi» per il Medio Oriente, come amano definirlo i media statunitensi, prevede una sosta in Iraq, una in Giordania, in Israele e nei territori palestinesi fino a raggiungere l'Europa, ove darà massimo sfogo alla sua abilità di oratore. Una corsa all'ultimo istante od all'ultimo voto, quello dei Grandi Elettori d'America, divisi tra i cinquanta Stati, la questione del finanziamento pubblico, i trattati di libero scambio, immigrazione e questioni frontaliere, aspirazioni operaie, aborto, sovvenzioni e disoccupazione. Eccentrico ed ancor più camaleontico, il candidato democratico ha dispensato ogni genere di rassicurazione, indulgente con le vittime dell'esondazione, severo con chi s'è macchiato di gravi crimini, quali gli abusi sui minori, e poi comprensivo, ma pur sempre distante, verso i Paesi che sostengono la pena di morte. Trionfo di ipocrisia oppure evidente marchio vincente, la politica di Obama, tesa ed accondiscendente, ha raggiunto l'astuto traguardo, sfiorando profondamente, con le parole, tutti i Grandi temi, perfino quelli inconciliabili. Lasciando per ultima la strategia centrale, e forse anche esasperata, della politica estera e di difesa. Ebbene, prima di dar nuovo lustro alla retorica altalenante in tema di difesa, Obama ha montato la sua ennesima manovra elettorale: un viaggio spettacolare, sulle orme dell'emulata icona Kennediniana. Un ultimo slancio propositivo per cui ha saputo spendere (si fa per dire dato che l'intero ammontare del tour resterà a carico dei contribuenti) tutto il suo ingegno mediatico e propagandistico. 50 i reporter al suo seguito, fra cui spiccano i nomi dei grandi del giornalismo statunitense, pronti a diffondere e smistare il «pensiero in gestazione produttiva» (perché catalizzatore di nuovi voti) del candidato democratico. Un doveroso debutto internazionale utile a dar slancio e maggior eco alla propaganda del senatore dell'Illinois, incapace, fino ad oggi, di contrastare il primato naturale dell'avversario McCain (il 52% degli elettori considera questo più adatto a condurre la politica estera). Sbarcato in Iraq dopo aver reso benevolo omaggio alle forze militari schierate in Afghanistan, Obama ha rivisitato la questione mesopotamica alla luce dei buoni risultati raggiunti dalla dottrina Petraeus, prevedendo, però, un «graduale» disimpegno delle forze presenti (sempre mantenendovi un «giusto» numero di uomini adatto ad arginare l'eventuale deriva qaedista) da commisurarsi all'immediato rafforzamento delle truppe in Afghanistan. Alla chiara attenzione, rivolta alla questione mediorientale, associa una buona dose di ipocrita, ma romantico, paternalismo internazionale: persuadere l'Iran, insistendo magari «sulla riduzione degli armamenti e delle tecnologie nucleari nel mondo», esortare Israele affinché «ricerchi un accordo pacifico» o perché il Pakistan ponga sotto controllo i confini con l'Afghanistan. La prospettiva è illuminante e quanto mai accorta: ha approfondito ed alle volte ridisegnato le linee della propria politica estera, adattandola a misura delle esigenze, non troppo omogenee a dire il vero, dell'elettorato americano. Equidistante e calibrato, quasi volesse render ancor più manifeste le somiglianze con l'intramontabile idolo di Kennedy, quello della «nuova frontiera dell'immaginazione e del coraggio», ha dato libero sfogo alla politica della retorica romantica, crisi o sogno di una manovra astuta ed adolescenziale, che richiama il sogno di Camelot e l'eventualità di «risolvere i problemi con la forza delle idee» e non con quella militare. Proprio come fece Kennedy nel '63, che tormentato dal crescente timore americano avverso l'atomica dell'Urss, dovette presto dedicarsi ai temi di politica estera, presto Obama terrà il «suo discorso di Berlino», sferrando l'ultimo colpo di un'intensa campagna elettorale costruita sul falso mito di Kennedy, certo uscito vittorioso dalla campagna elettorale (anche grazie al sostegno del padre il quale, grazie alla fertile collaborazione del boss Sam Gincana, comprò i voti in Illinois), ma morto troppo presto per dar effettiva prova delle proprie capacità. «Non lasciate venga dimenticato» che «quel breve momento di splendore» non ebbe, in fin dei conti, modo di mostrare alcuna magnificenza. Alexandra Javarone |
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Ragionpolitica, periodico on line n.273 del 22/7/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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