RAGIONPOLITICA.it - Giornale online di cultura e politica Logo RAGIONPOLITICA.it
numero 280
6 marzo 2008
 
HOMECHI SIAMOCREDITSSCRIVI  
 
 
segnala ad un amicosegnala l'articolo ad un amico stampa l'articolostampa l'articolo

Federalismo fiscale

di Carlo D'Andrea - 22 luglio 2008

La presentazione delle line guida sul federalismo fiscale da parte del ministro Roberto Calderoli entra nel vivo del dibattito politico. E', infatti, l'anello essenziale senza il quale il trasferimento di prerogative realizza un federalismo annacquato che aumenta, come gli scandali nella sanità stanno dimostrando, la confusione tra responsabilità finanziaria e responsabilità nella gestione dei servizi erogati.

I soldi prima di tutto insomma. Ancora non è noto come il modello Calderoli si muoverà sui due nodi essenziali del federalismo: attribuzione di una quota importante della leva fiscale alle Regioni e sistema di redistribuzione delle risorse ai territori più deboli. Per ora l'intenzione palesata dal ministro è innanzitutto mettere fine alla finanza derivata conferendo maggior spazio a compartecipazioni e tributi propri. Resta da capire però come funzionerà nel dettaglio il sistema fiscale regionale. Gli schemi a riguardo possono essere infiniti e non è facile capire a priori quale può essere il più efficace. Per quanto Calderoli escluda il riferimento a precedenti modelli, sembra che il ddl lombardo resti il punto di partenza. La proposta che la regione, guidata da Roberto Formigoni, presentò nel corso della precedente legislatura, nasceva come contraltare al federalismo progettato dal governo Prodi, considerato troppo soft per il livello di perequazione prevista, il 90%. Le linee guida del ddl lombardo prevedono una compartecipazione regionale all'80% dell'Iva, la totale assegnazione delle accise, delle imposte su tabacchi e giochi, e dell'imposta sostitutiva sulle forme pensionistiche complementari. Sul reddito personale il testo punta a creare un'imposta regionale sul reddito personale - una sorta di nuova Ilor, peraltro mai effettivamente applicata - corrispondente al 15% del gettito Irpef. Per quanto riguarda il modello di perequazione il ddl fa riferimento a una copertura del 50% delle risorse, necessarie a garantire l'erogazione dei servizi, e a una redistribuzione di tipo orizzontale, cioè direttamente dalle regioni ricche a quelle più deboli. Che sia o no il riferimento della bozza Calderoli, partire dal modello della Lombardia - che oggi tra l'altro resta allineata sulle linee guida più moderate della Conferenza delle Regioni - ci aiuta a comprendere quali sono i punti chiave che qualsiasi progetto federalista dovrà affrontare. Innanzitutto occorre capire che tipo di autonomia fiscale si vuole concedere alle regioni.

Un federalismo fiscale sul modello lombardo appare, normativamente, piuttosto rigido mentre sarebbe opportuno considerare l'utilità di un sistema che offre maggiore libertà d'azione fiscale alle regioni nel decidere le forme di prelievo limitandosi a indicare la percentuale da devolvere allo Stato. La questione è sempre la stessa: più la normativa fiscale è legata al territorio, più si responsabilizzano le autonomie locali nella spesa, permettendo ai cittadini-elettori di valutare il modo in cui le tasse versate riescono a migliorare i servizi. Perché allora stabilire a priori come far agire la leva fiscale sul territorio? Perché non consentire alle regioni l'autonomia per attuare singole strategie di fiscalità competitiva? Sempre dal punto di vista della responsabilizzazione degli amministratori locali, converrebbe inoltre che la gran parte del fisco regionale fosse frutto d'imposte proprie e non di compartecipazioni che, come le addizionali, possono rendere più difficile la trasparenza che si attende dalla riforma. Ovviamente a un tale livello di autonomia nella politica fiscale dovrà fare da contrappeso l'obbligo per ogni regione del pareggio di bilancio garantito ogni anno.

Il secondo punto da dibattere è ovviamente il sistema di perequazione. In teoria tutti sono d'accordo con un federalismo solidale che però non dovrà degenerare nell'assistenzialismo. Il nodo, ancora non affrontato, è però quali servizi effettivamente considerare essenziali e sostenere quindi col fondo nazionale. Per ora il riferimento è a tre comparti: sanità, assistenza sociale e istruzione. Ma questo non basta. Occorre entrare nel dettaglio chiarendo, per esempio, quali sono i livelli essenziali di assistenza sanitaria da garantire con una rigorosa analisi tutt'altro che agevole, perché ogni tipo di servizio destinato alla salute, sia esso preventivo che curativo, può essere in linea di principio considerato essenziale. In questi anni di federalismo, spesso disordinato e rispondente più a interessi particolari che della comunità, la difformità sul territorio nazionale in molti settori delicati è del resto davvero notevole: basti pensare ai modelli di assistenza sociale esistenti nelle province autonome di Trento e Bolzano, di gran lunga più generosi di quelli della Lombardia o della Calabria.

Le regioni peraltro vorrebbero che nei servizi da garantire fosse incluso il trasporto pubblico locale, considerato strategico per la competitività del territorio. Una posizione anche comprensibile ma che evidenzia quanto labile rischia di diventare la discussione sui servizi soggetti a perequazione. In un'ottica liberale, in cui al pubblico sono riservate le prerogative in campi ristretti d'interesse generale, quasi ogni tipo di servizio può essere infatti considerato indispensabile allo sviluppo del territorio. Al momento la stessa discussione sull'indice di perequazione - la percentuale con la quale aiutare le regioni con meno capacità fiscale a coprire le proprie spese - appare quindi peregrina senza una preventiva considerazione di cosa dovrà essere effettivamente uguale per un cittadino piemontese, toscano o pugliese e quanto garantire questi servizi-base costerà. Su questo punto Calderoli è stato perentorio «dovranno fare tutti 10 chilometri con un litro». Principio sacrosanto che imporrà una corsa verso l'efficienza e che automaticamente dovrebbe premiare chi riuscirà a percorrere i 10 chilometri con meno di un litro: ma come calcolare le risorse necessarie? C'è accordo ampio sulla necessità di superare la spesa storica e far riferimento al fabbisogno effettivo ma servirà del tempo per attuare il cosiddetto scivolo da un parametro all'altro e soprattutto per mettere tutti d'accordo sulle risorse.

Propedeutico allo studio del fabbisogno sarà - come già annunciato da Giulio Tremonti - una disamina di quanto e come le regioni spendono attualmente. Una ricognizione che chiede la stessa Conferenza delle Regioni e che, se compiuta seriamente, mostrerà sprechi e incongruenze da superare. Il tutto sempre senza dimenticare il costo del trasferimento delle competenze fiscale agli enti locali, calcolato nel 2006 dall'Isae nell'ordine dei 5,2 punti di Pil, circa 70 miliardi. Un onere da non sottovalutare di questi tempi e che ci richiama all'obiettivo più importante della riforma: la competitività del Sistema Italia.

Carlo D'Andrea

SCRIVI UN COMMENTO A QUEST'ARTICOLO

i migliori verranno pubblicati in queste pagine

Nome o nickname:
Titolo:
Commento:
Caratteri disponibili:


 

Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail

IN QUESTO NUMERO

Ragionpolitica, periodico on line n.273 del 22/7/2008
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
© 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata
Riproduzione riservata