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L'exit strategy degli Usa dall'Iraqdi Enrica Bucciarelli - 22 luglio 2008 Ed infine, è arrivata! L'exit strategy delle forze statunitensi dall'Iraq sta sempre più palesandosi ai nostri occhi. Nonostante le province settentrionali siano state ancora teatro di diversi attentati, Washington e Baghdad non perdono occasione per mettere in luce i progressi nel campo della sicurezza avutisi in Iraq. Se in occasione del passaggio di responsabilità della provincia di Qadisiya alle forze irachene il Generale Lloyd Austin, il numero due delle forze statunitensi in teatro, ha affermato che si è trattato di «un'ulteriore dimostrazione del Governo democratico dell'Iraq il quale sta facendo progressi per provvedere alla sicurezza della sua gente» ed il Consigliere iracheno per la sicurezza nazionale, Mowaffaq al-Rubaie, comunica l'ambizione di poter controllare la sicurezza di tutte le diciotto province prima della fine dell'anno, da Washington, il Pentagono sembra dar credibilità a tale aspirazione ammettendo che le forze irachene «potrebbero essere autosufficienti entro la fine del 2008». Al più alto livello, il Presidente Bush e il Primo Ministro iracheno al-Maliki hanno iniziato a dialogare per trovare un generico «orizzonte temporale» circa il ritiro delle forze statunitensi dal paese medioorientale, ritiro che non seguirebbe un «calendario artificiale» ma che dovrebbe venir modellato alle necessità e situazioni che si presentano sul terreno. Dal canto suo, il Generale David Petraeus ha dichiarato sulla base di informazioni disponibili, seppur non certe, che Al-Qaeda sarebbe impegnata a ridispiegare i propri militanti dall'Iraq alle inaccessibili aree tribali alla frontiera fra Pakistan e Afghanistan, lasciando così maggior margine di manovra alle forze alleate e al Governo iracheno. Che sia un segnale della difficoltà di Al-Qaeda a pianificare e a portare a compimento operazioni significative in territorio iracheno? Alla luce di ciò, l'Iraq continua a far passi in avanti sulla strada della normalizzazione. Illudersi, però, che la stabilizzazione del Paese e la pacificazione fra le diverse fazioni etniche siano ormai questioni risolte è tornare indietro; è tornare al modo di pensare anteriore alla dottrina del«Surge». Si cadrebbe, in altre parole, in quell'errore «sarkozyano», manifestatosi durante summit internazionale dell'Unione per il Mediterraneo, di dare per consolidato qualcosa che è solo all'inizio. Il nuovo organismo, fortemente voluto dall'Amministrazione francese, ha fatto della stabilità della regione medio-orientale la condicio sine qua non del suo funzionamento ed ha individuato nella questione israelo-palestinese, da sempre a cuore dei popoli mediterranei e arabi, il perno su cui ruotano tutti i mali. Fin qui nulla in contrario, si tratta di visioni geopolitiche con le quali si può essere o meno in accordo, ma pubblicizzare in modo spasmodico la vicinanza («come mai prima») fra le parti, fra le diverse fazioni e tra i diversi Stati significa creare aspettative e gestire un'illusione spezzata è molto più complesso che trattare politicamente l'ennesimo attentato o l'ennesimo Katyusha. L'Iraq, ricoprendo una posizione marginale durante il summit dell'UpM, ha così evitato un ostacolo. Starà, ora, alle Amministrazioni statunitensi e irachena a non affrettare i tempi di ritiro delle forze alleate a prescindere da ogni motivazione politica, economica o elettorale. Enrica Bucciarelli |
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Ragionpolitica, periodico on line n.273 del 22/7/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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