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Zimbabwe. 100 miliardi per un pezzo di pane

di Anna Bono - 24 luglio 2008

Lo Zimbabwe potrebbe tra breve essere guidato da un governo di unità nazionale che metta fine alla grave crisi politica apertasi il 29 marzo, quando il presidente in carica Robert Mugabe non ha riconosciuto la volontà espressa dai propri connazionali che, chiamati a eleggere capo di Stato e membri del parlamento, gli avevano preferito l'avversario Morgan Tsvangirai e il suo partito, l'Mdc, Movimento per il cambiamento democratico. Il 21 luglio Mugabe, riconfermato alla presidenza grazie a un successivo ballottaggio farsa al quale si è presentato da solo, ha firmato insieme a Tsvangirai e al leader della fazione minoritaria dell'Mdc, Arthur Mutambara, un memorandum d'intesa che li impegna a trovare entro due settimane un accordo. I negoziati per la costituzione del nuovo esecutivo si svolgono a Pretoria, Sud Africa, con la partecipazione del presidente sudafricano Thabo Mbeki, mediatore per incarico della Comunità di sviluppo dell'Africa Australe. La notizia non è stata accolta con entusiasmo a livello internazionale. Un governo che includa l'Mdc è un passo avanti nel rispetto della volontà degli elettori, ma lascia al potere una leadership responsabile della rovina totale dell'economia del paese e capace di ogni sorta di violenze e abusi, come hanno dimostrato nelle ultime settimane le azioni intimidatorie e punitive dei «veterani della guerra di liberazione» di Mugabe, che hanno infierito contro i sostenitori dell'Mdc uccidendone più di 100 e torturando e violentando migliaia di cittadini inermi sospettati di aver votato Tsvangirai.

Tutt'altro che rassicurante è stata anche l'ultima mossa di Mugabe intrapresa per ridare al proprio partito, lo Zanu-Pf, la maggioranza parlamentare persa per la prima volta nella storia del paese. Il suo primo atto dopo la cerimonia di investitura è stata l'incriminazione di sette parlamentari Mdc con l'accusa di essere responsabili delle violenze post-elettorali. Secondo l'opposizione l'intenzione è ottenere una condanna e la loro sospensione dalla carica e quindi sostituirli con esponenti dello Zanu-Pf con elezioni suppletive indette dopo aver preparato il terreno sguinzagliando di nuovo i «veterani» fedeli al regime. Bene ha fatto dunque il 22 luglio l'Unione Europea, per dare un segnale di fermezza, a estendere ad altre 37 personalità del paese e a 4 imprese le sanzioni che già colpivano Mugabe e un centinaio di cittadini zimbabwani.

Un secondo motivo di cautela nel valutare gli sviluppi in corso è dato dall'incertezza sul ruolo che l'Mdc potrà e vorrà svolgere, se mai spartirà il potere con lo Zanu-Pf: i governi di unità nazionale e di coalizione in Africa non sempre migliorano la gestione della vita politica perché spesso i partiti e i movimenti antigovernativi, conquistata la loro parte di cariche statali, si rivelano altrettanto incapaci e irresponsabili dei loro avversari. Si può solo sperare che la soluzione della crisi politica ponga le premesse per affrontare quella economica, di proporzioni ormai catastrofiche. Il 17 luglio l'Ufficio centrale di statistica di Harare ha reso noto che l'inflazione, al 165.000% nell'ultima rilevazione effettuata a febbraio, è salita all'incredibile tasso di 2,2 milioni%. Calcoli effettuati da enti privati parlano addirittura di 12,5 milioni%. Secondo la Banca centrale, poi, per certi generi di base l'incremento è ancora di gran lunga più elevato. Il prezzo del sapone da bucato, ad esempio, è aumentato di 70 milioni%, quello dell'olio da cucina di 60 milioni% e quello dello zucchero di 36 milioni%: tutti prodotti che fino al 2006 lo Zimbabwe produceva e che adesso importa da Egitto, Malesia, Iran, Cina e Sud Africa. Una pagnotta costa 100 miliardi di dollari zimbabwani e un pacco di zucchero da quattro pound (meno di due chilogrammi) costa 20 miliardi. Un manovale ne guadagna 200 al mese e può dirsi fortunato anche se deve camminare per chilometri per raggiungere il posto di lavoro, dato che ormai i prezzi dei trasporti sono spesso superiori al suo stesso salario mensile. L'80% della popolazione infatti è disoccupata e vive di espedienti e di aiuti umanitari.

! Anna Bono
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