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Come risolvere la crisi alimentare globale?di Waldemar Ingdahl - 24 luglio 2008 La crisi alimentare globale probabilmente comporterà un rischio: almeno 100 milioni di persone potrebbero morire di fame. La Fao, l'Organizzatione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura, ha sottolineato che il rialzo senza precedenti dei prezzi dei prodotti alimentari, balzati del 52% tra il 2007 e il 2008, ha avuto nei paesi poveri gravi conseguenze di natura economica, sociale e politica. Non vi sono segnali che indicano che questi aumenti possano diminuire in breve tempo Il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, ha richiesto un'azione immediata in occasione del vertice che si è svolto recentemente a Roma sulla crisi alimentare, ma il problema è che la crisi è un consequenza della politica seguita. Circa il 75% dei poveri nel mondo vivono ancora nelle zone rurali dei paesi in via di sviluppo. I più poveri dell'Africa subsahariana spendono l' 80% dei loro redditi nei prodotti alimentari. Quando il prezzo del grano raddoppia o triplica si possono manifestare crisi politiche e sociali: in Egitto, ad esempio, vi sono stati disordini proprio perchè i poveri nelle città non potevano permettersi il pane. In Europa, l'aumento dei prezzi dei prodotti alimentari pesa sul portafoglio dei poveri e sulla loro possibilità di potere permetteresi una dieta sana e variegata. La domanda di prodotti alimentari è in rapida crescita. Studi hanno dimostrato che quando in un paese il reddito aumenta, aumenta anche il consumo di prodotti di origine animale e di prodotti dell'industria alimentare. Questi cibi richiedono più quantità di cereali per produrre la stessa quantità di calorie. Certamente la domanda continuerà a crescere, il che è positivo, perché dimostra che la prosperità è in aumento in paesi come la Cina e l'India. Quasi 30 anni fa è avvenuta la «rivoluzione verde» con un significativo aumento della produzione alimentare in tutto il mondo, in particolare in Asia ed in America Latina, attraverso il progresso tecnologico, nuovi metodi di produzione, uso di fertilizanti chimici e investimenti in agricoltura ed irrigazione. Il grande successo e l'abbondanza di cibo è data per scontata quando i reditti sono in aumento. In Europa «la rivoluzione verde», in combinazione con le sovvenzioni e le tariffe doganali della Politica agricola comune, ha causato una sovrapproduzione di prodotti alimentari. È avvenuto che intere montagne di carne e interi fiumi di vino siano stati o distrutti o venduti ad un prezzo addirittura inferiore a quello di produzione sul mercato mondiale. Dal 1993 l'Ue paga gli agricoltori per produrre meno cibo. In particolare, i piccoli agricoltori sono stati pagati per tirarsi fuori della produzione agricola e convertire i terreni agricoli in parchi e campi da golf, o per passare a mercati di nicchia come l'agricoltura ecologica e dei biocarburanti. I paesi in via di sviluppo hanno avuto difficoltà a migliorare l'efficienza del settore agricolo. È stata data priorità ad un inefficiente settore agricolo dipendente dalla mano d'opera, soprattutto dopo il rapporto Brundtland. Il miglioramento genetico offerto dalla biotecnologia è stata bloccato dai regolamenti in Europa, in quanto l'Ue sostiene che la ricerca scientifica potrebbe nuocere alle piante che servirebbero ai paesi in via di sviluppo. La Fao calcola che gli agricoltori indiani che coltivano cotone geneticamente migliorato hanno aumentato il loro reddito di un terzo e hanno ridotto le loro spesa per i pesticidi del 41%, nonostante i prezzi più elevati per i semi abbiano avuto un'aumento dei profitti di quasi il 70%. E uno sviluppo positivo, ma non risolve il problema. Il 99 per cento di tutta la ricerca sulla biotecnologica agricola si svolge intorno a solo quattro specie di piante (cotone, mais, colza e soia) con due caratteristiche (resistenza agli insetti ed alle malerbe). Quando il costo per introdurre una nuova pianta sul mercato è di oltre 94 milioni euro si preferisce puntare su piante che producono reditti per l'esportazione. Piante essenziali, come riso, manioca e sorgo non sono economicamente interessanti da sviluppare. Jacques Diouf ha stabilito, al vertice della Fao a Roma, che la produzione nei paesi più poveri dovrà essere aumentata. A questo scopo la Fao il 9 luglio ha approvato una serie di progetti in paesi in via di sviluppo per aiutare i piccoli agricoltori e le famiglie vulnerabili. Ma i sussidi non bastano, e non risolvono il problema. Dobbiamo prima ammettere che è stata la scelta dei paesi sviluppati di non aumentare l'efficienza del settore agricolo e di bloccare il libero commercio che ha causato la crisi alimentare globale. Waldemar Ingdahl Waldemar Ingdahl è direttore di Eudoxa (Stoccolma, Svezia) |
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Ragionpolitica, periodico on line n.273 del 22/7/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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