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La sinistra e la «sindrome del '93»

di Ragionpolitica - 24 luglio 2008

Il Guardasigilli Angelino Alfano ha annunciato martedì al Senato che il prossimo passo del governo in materia di giustizia, dopo l'approvazione del «lodo» che sospende i processi per le quattro più alte cariche dello Stato, sarà quello di una riforma organica del sistema giudiziario, il cui iter prenderà l'avvio in autunno. Alfano ha auspicato che tale importante provvedimento possa trovare in parlamento un clima di dialogo e collaborazione tra tutte le forze politiche, in particolare tra quelle che si definiscono «riformiste». A tal proposito, invitando l'opposizione a raccogliere la sfida e a non rifugiarsi pregiudizialmente nell'antiberlusconismo di maniera e nel giustizialismo ideologico, il ministro ha affermato che «oggi la linea di confine tra conservatori e riformatori, tra coloro i quali vogliono conservare lo status quo e coloro che vogliono cambiarlo, è la giustizia».

Mettendo alla prova i riformisti del centrosinistra, Alfano coglie nel segno. Essi si trovano infatti di fronte ad una occasione storica: con una magistratura che quotidianamente sale agli onori delle cronache per le sue incursioni nel campo della politica (incursioni che colpiscono senza distinzione di schieramento, dandoli in pasto alla gogna mediatica, oggi presidenti di Regione, ieri ministri e presidenti del Consiglio), sarebbe interesse comune di tutti i partiti democratici quello di ristabilire il primato della politica scrivendo insieme nuove regole. Regole che, da un lato, mettano un freno a quella sorta di «potere politico reale» che molti magistrati si sono arrogati al di fuori dei limiti posti dalla Costituzione e, dall'altro lato, garantiscano un più efficiente funzionamento della macchina giudiziaria.

Ma il condizionale è d'obbligo, perché il problema sorge nel momento in cui dalle enunciazioni di principio ci si cala nella realtà. Ed è allora che si vede una sinistra (anch'essa, non di rado, nel mirino del circolo mediatico-giudiziario) che, invece di prendere il toro per le corna ed affrontare il problema a testa alta nel nome del mandato elettorale ricevuto dal popolo sovrano, si lascia ancora una volta dominare dalle sue paure e da quella «sindrome del ‘93» che da quindici anni a questa parte ne condiziona ogni scelta in materia di giustizia. Si tratta, in sostanza, della ingombrante consapevolezza psicologica di essere usciti indenni dalla tempesta di Mani Pulite non in ragione di una «diversità morale» rispetto agli altri partiti della prima Repubblica, ma soltanto grazie al sostegno politico e al supporto mediatico opportunisticamente fornito ai pm milanesi impegnati nella loro opera di distruzione sistematica della Dc e del Psi. Se oggi i postcomunisti non riescono a liberarsi del tutto dall'abbraccio mortale col giustizialismo becero e potenzialmente sovversivo dell'ordine democratico (sovversivo ora come tre lustri fa), è perché pesa ancora su di essi la sudditanza nei confronti della magistratura politicizzata e la certezza di dovere gran parte dei loro successi al connubio coi pm nei primi anni Novanta - un vero «patto col diavolo» che, come tutti i «patti col diavolo», è ora quasi impossibile sciogliere.

Se a ciò si aggiunge lo stato confusionale in cui versa il Partito Democratico, talmente indeciso sul da farsi da lasciare il pallino dell'opposizione (e dei consensi) in mano a Tonino Di Pietro e all'estremismo girotondino, il quadro che ne esce non lascia presagire nulla di buono per quanto riguarda le possibilità di scrivere una riforma della giustizia condivisa dalla maggior parte delle forze parlamentari. Così, mentre il centrodestra tenterà finalmente di sanare la vera, grande anomalia italiana, il centrosinistra rimarrà arroccato sulle sue posizioni, prigioniero della sua storia e del suo passato. Quella storia e quel passato che in questi quindici anni gli hanno impedito di diventare una forza autenticamente «riformista» e lo hanno incatenato al peggior conservatorismo istituzionale e politico. Oggi che la proposta di una legge condivisa sulla giustizia è sul tavolo, il rifiuto di quell'offerta potrebbe trasformare la «sindrome del ‘93» in una malattia mortale che non lascia scampo.

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