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Maelstrom Telecomdi Francesco Natale - 24 luglio 2008 Ammettiamolo: il riscoperto e riscoppiato «caso Telecom» è emblematico di come, quanto e perché le vicende d'alta finanza italiana siano assolutamente poco trasparenti, poco comprensibili, poco «economiche» e molto politiche nel senso deteriore del termine. Un vero e proprio maelstrom ove si attorcigliano come vertiginose correnti ascensionali dichiarazioni, intercettazioni, guerre per banche, sgambetti finanziari, minacce giudiziarie assai poco velate... Un vero casino, insomma. E' difficile, per non dire impossibile, che l'italiano medio, col proprio bravo buon senso da uomo della strada, riesca a discernere anche solo le punte dei numerosi icebergs che solcano i tempestosi mari di Telecom, e questo, va da sé, fa il gioco di tanti smanicati predatori del «capitale d'assalto» (quelli senza capitali per intenderci...), i soliti furbastri che hanno passato una vita intera a trovare il modo di capitalizzare gli utili e socializzare le perdite. Cerchiamo, navigando a vista e non essendo dotati dell'espertissimo occhio di Oscar Giannino, vero apritore d'occhi sulle magagne della cosiddetta finanza italiana, di fissare qualche punto sulla apparentemente illegibile carta nautica Telecom. Possiamo far risalire le conseguenze di quanto sta accadendo oggi alla bocciatura del cosiddetto «Piano Rovati», dal nome dell'ex consigliere economico di Romano Prodi, ai tempi ancora (e purtroppo...) presidente del Consiglio. Senza entrare nel merito del complesso piano di ristrutturazione, Rovati aveva in mente di costituire una nuova «Iri» telefonica, operazione tutta prodiana atta a costituire l'ennesimo polo di potere immune ai rovesci elettorali che avrebbe garantito un radioso futuro ai tanti post-democristiani che, per comodità e a fini meramente esemplificativi, chiameremo «Prodi boys» (gli stessi che al momento opportuno fecero scoppiare la «nuova questione morale» contro Fassino, D'Alema e Consorte, per capirci...). L'operazione, che prevedeva il placet neanche troppo occulto di Carlo De Benedetti, non andò in porto per l'opposizione dei Ds e di quel che restava di Tronchetti Provera. Bocconiano di bell'aspetto, dotato di un moderato senso degli affari e, purtroppo per lui, con poco fiuto politico per chi voglia fare il nocchiero della grande nave Telecom. Affossato Tronchetti, calma piatta apparente. Oggi, maremoto che coinvolge, tra gli altri, i vertici dei Ds di allora, confluiti poi nel Partito Democratico, Fassino in primis. Perché? Beh, noi che non abbiamo l'acuto e raffinato fiuto da analista di Lutwaak ci accontentiamo della prima impressione che, spesso, è quella giusta. Il «partito delle procure» sta lanciando un chiaro segnale al Pd: basta col dialogo. Fate fuori ad ogni costo la riforma della giustizia voluta dall'attuale governo (e dalla quasi totalità degli italiani, per inciso), o la prossima Mani Pulite, preconizzata con tanta foga e tanto ardore da Antonio Di Pietro, sarà tutta per voi. Non è un caso che il can can mediatico, debitamente carburato dal giornale dei padroni di sempre, ovvero La Repubblica, si sia scatenato a ridosso dell'approvazione del «Lodo Alfano». Alla guerra per procure, che non vogliono mollare il ghiotto ruolo di censori elettorali per fini che poco o punto hanno a che vedere con la giustizia, si aggiunge, con tutta probabilità, il mai sopito rigurgito post capitalista dell'Ingegnere per antonomasia, da troppi anni macerato nel livore di chi, in apparenza, non sembra contare più nulla... Fantapolitica, dite voi? Staremo a vedere...
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Ragionpolitica, periodico on line n.273 del 22/7/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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