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Senza potere, senza vita. Ecco Rifondazione Comunistadi Gabriele Cazzulini - 29 luglio 2008 Quattro lettere: caos. E' anche l'anagramma di caso. Il caos e il caso sono stati il volto unico del congresso di Rifondazione Comunista. Il senso dell'evento era chiaro: fare appello al senso di autolesionismo per trovare il volontario a cui affibbiare un partito decotto. Missione compiuta. Il paradosso più lampante è ironia pura: il partito nato per rifondare il comunismo non è riuscito a rifondare neppure se stesso. Doppio fallimento. E' bastata l'esclusione dal potere romano che i nostalgici della falce col martello sono finiti sbandati. Staccare la spina dal potere ha spazzato via tutto e tutti. Allora sorge una domanda dalla risposta scontata: il peso massiccio dell'ideologia, dell'appartenenza, della contestazione, dell'istinto mai sopito alla rivoluzione, almeno a parole - dove sono finiti? Ad osservare le scene del congresso di Chianciano pareva di assistere ad una zuffa per la presidenza di una Pro loco. La tanto famosa disciplina di partito si è sciolta come un gelato sotto al sole. La realtà dello smarrimento fa liquefare la punta più acuminata del comunismo sopravvissuto. L'esito è un doppio controsenso. Intanto la vittoria di Ferrero non è una vittoria perché quel che resta del partito vale poco o nulla. Niente potere romano e giunte locali in bilico. Ferrero ha vinto una sconfitta. Questa vittoria-sconfitta è finita nelle mani dell'unico ministro di Rc del governo Prodi. Il Ferrero che lottava per il centrosinistra adesso lotta per una nuova sinistra lontana anni luce dal Partito Democratico. Il secondo controsenso è Vendola, che è esattamente l'opposto di Ferrero: l'ex estremista del comunismo adesso si batte per una sinistra allargata - leggi: intesa col Pd. Il successo di Ferrero è il triste successo del modello Prodi, ovvero inventarsi maggioranze fasulle, costruite su una manciata di voti di scarto e senza la minima ombra di identità comune. Vendola e Ferrero; Ferrero e Vendola. Sono etichette intercambiabili, che riflettono entrambe il carattere ibrido che era, ed è tuttora, il comunismo post-comunista in Italia. Per metà istituzionale e per metà rivoluzionario. Da entrambi i lati è un fiasco. Nel mezzo del cammino di questa transizione del comunismo dalla morte alla coscienza della morte, Rifondazione ha seppellito il suo padre fondatore. Bertinotti è la vittima sacrificale per evitare di spezzare l'illusione che il comunismo sia ancora una forza politica reale. In onore al cinismo e alla brama del rivincita, il funerale di Bertinotti è caduto nel disinteresse e nessuno si è stracciato le vesti. La furente conta dei voti, delle teste, delle mani ha espresso una verità inconfessabile: il potere era rimasto l'unica essenza di vita per tenere in piedi la falce col martello. Per la classe dirigente era una manna dal cielo. Per i militanti era l'oppio da fumare ogni volta che il principio di realtà pungolava la coscienza con la storia infinita dei disastri, dei massacri, dei fallimenti del comunismo. Adesso, senza il potere, qualunque parola (come comunismo e rivoluzione) e qualunque nome (come Ferrero e Vendola) sono senza senso.
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Ragionpolitica, periodico on line n.274 del 29/7/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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