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Il Pd, un partito senza identitàAlla ricerca di un «nuovo Prodi» e di un socialismo in salsa italianadi Salvatore Sechi - 29 luglio 2008 Il linguaggio politico è lo schermo della stessa politica. Nell'uso delle parole un leader ha la metafora di se stesso. Veltroni e Fassino in questi giorni cercano di stornare l'attacco mosso da La Repubblica (il quotidiano reso da Eugenio Scalfari nei secoli fedele alla sinistra comunista) e da La Stampa, negli articoli rispettivamente di Giuseppe d'Avanzo e di Andrea Romano, parlando di «campagna orchestrata», «tentativo di delegittimazione della classe dirigente del centro-sinistra», di manovra dei «poteri forti» identificati da Fioroni nella «massoneria». E' il vecchio linguaggio comunista. Quando non voleva fare i conti con la realtà di una sconfitta evocava complotti e aggressioni organizzate. Era la cultura dell'assedio, di Annibale alle porte o della cospirazione ordita dalla Cia! Il problema che Veltroni, Fassino, Rutelli non vogliono affrontare è che non si può uscire dal comunismo rifugiandosi nel ventre molle dell'anti-berlusconismo. Su questa melassa si sono buttati a corpo morto Di Pietro, Grillo e i girotondini di Piazza Navona, facendo credere che lo sberleffo, la satira irriguardosa, la profluvie di insulti facciano una politica. Un partito democratico non può vivere munito di un'identità negativa. Purtroppo anche quando si è dato la forma di un governo-ombra, in cui si deve dare una risposta concreta ad un problema concreto (la monnezza a Napoli, lo sfascio dell'Alitalia, l'impoverimento di interi ceti sociali ecc.), il Pd ha finito per pigiare i pugni sui vecchi tamburi comunisti. I loro giornali e le dichiarazioni dei leaders sono infatti piene di gigantografie di catastrofi prossime future, di processi alle intenzioni. Si personalizza tutto il male del paese in una sola persona. Si manovra un potente esercito irresponsabile (perchè non eletto da nessuno e funzionante come un ordine) come i magistrati. Ormai agiscono come un potere a sé stante. E possono permettersi di mettere in piazza arsenali truccati come l'Oak Fund facendolo passare come la cassaforte offshore dei finanziamenti sporchi del Pd. Il linguaggio demonizzante, lo stile riprovatorio per i comunisti è stato sempre la coperta, un autentico belletto, per nascondere la paura, anzi l'assenza di una politica riformista. Proprio dalle colonne de La Stampa un loro compagno di strada, Luca Ricolfi, ha mostrato come Veltroni non sappia opporre nulla alle proposte del governo, che critica. Il catto-comunismo ha vissuto l' espace d'un matin, venti mesi. Ha brandito la bandiera della solidarietà ed ha fatto solo del microassistenzialismo (questa è stata la risposta all'impoverimenti di grandi strati popolari), riproponendo, dietro la foglia di fico delle liberalizzazioni (fallite là dove hanno dovuto fare i conti con resistenze corpo-rative fortissime come quelle dei tassisti) forme di statalismo tipiche della cultura comunista e della sinistra democristiana. Un partito senza identità può vivere solo di antiberlusconismo e di dilazioni continue. Non s'è mai vista una leadership che ha cumulato sonore sconfitte elettorali, nazionali e regionali, che non trova l'occasione per esaminarle, fare l'analisi delle responsabilità e sostituire i propri gruppi dirigenti. Non si tratta di un rito troppo lungo dell'elaborazione del lutto. Una forza che ha un bacino elettorale di circa il 30% dei consensi non può essere alla ricerca di un «nuovo Prodi», cioè di un leader esterno, privo di una maggioranza interna, di carisma e anche solo di autorevolezza. Non può esistere un federatore di un partito che nasce dall'assemblaggio di due esperienze fallimentari, il comunismo e la sinistra democristiana. Rutelli, che controlla una fetta molto consistente del Pd, non intende omologarsi al socialismo. Veltroni, che propone questo approdo, non si è ancora reso conto che il socialismo italiano è stato più simile a quello francese di Chevenement che a quello del laburismo di Blair o della socialdemocrazia scandinava. Il gruppo dirigente del Pd gioca con carte truccate perché non sa spiegare quale socialismo ha in testa. Rutelli a ragione ne diffida perché teme si tratti di un ancoraggio alla tradizione socialista italiana. Che cosa è stata, prima di Craxi, se non una politica intransigente, di grandi rifiuti, di aperta concorrenza col Pci nel prospettare cambiamenti epocali e società del futuro?Varrebbe la pena di riflettere su quanto un testimone e uno studioso del rango di Vittorio Foa, nell'ultimo fascicolo degli «Annali della Fon dazione Ugo La Malfa», chiarisce ad Andrea Ricciardi, che lo intervista. Il leader del riformismo, Filippo Turati, non seppe sottrarsi alla seduzione di Lenin inneggiando alla conquista bolscevica del potere in Russia, facendo pubblicare i testi principali dalla casa editrice Avanti!. Nessun riguardo all'opinione dgli sconfitti, i menscevichi. Senza ripensare la storia del socialismo italiano, che è stato poco riformista, i separati in casa del Pd finiranno per baloccarsi sul nulla (come le pantomime degli ulivisti, servitori cortesi della corte prodiana) o attaccarsi alla rettorica di un socialismo che nella versione italiana lascia un'eredità poco uniforme e perversamente riciclabile. Salvatore Sechi |
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Ragionpolitica, periodico on line n.274 del 29/7/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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