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Sanità. Più spesa non significa più efficienzadi Vito Di Lernia - 29 luglio 2008 E' stata finora l'oggetto principale della trasformazione federalista, ma a tutt'oggi proprio sulla sanità lo scollamento tra Stato e Regioni rischia di trasformarsi in una divaricazione tra paese formale e paese reale. In assenza di un collegamento economico-finanziario, una interazione istituzionale tra bilanci pluriennali delle Regioni ed il programma di stabilità nazionale, la conferenza Stato-Regioni finisce per diventare un luogo di fredda contrattazione piuttosto che un soggetto fondamentale con funzioni di discussione e approvazione dei programmi di stabilità regionali, di coordinamento delle politiche economiche regionali nonché di potere di indicazione degli interventi necessari di fronte agli squilibri di spesa. Diventa così quasi naturale leggere visioni decisamente divergenti tra le dichiarazioni del ministero del Welfare e quelle dei governatori delle Regioni, che mantengono un atteggiamento critico rispetto alla manovra economica. Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha più volte ribadito che «in realtà i finanziamenti previsti crescono nei prossimi anni e sono superiori rispetto a quelli già disposti dal governo Prodi di intesa con le Regioni per l'anno 2009», perché agli aumenti concordati vengono aggiunti 160 milioni di euro per il rinnovo della convenzione con i medici della medicina generale e altri 400 milioni per concorrere ad evitare i ticket programmati dal governo Prodi per il 1° gennaio 2009. Sacconi ha inoltre annunciato che negli anni 2010 e 2011 sono previsti ulteriori incrementi pari a 5 miliardi di euro. Per il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, «resta una situazione da allarme rosso per la sottostima del fabbisogno sanitario e un taglio reale di almeno sette miliardi da qui al 2011». Sacconi sottolinea invece che «le Regioni legittimamente possono dire che questi soldi non bastano», ma «l'obiettivo resta quello di razionalizzare la spesa sanitaria delle Regioni in modo da avere lo stesso rapporto costi-benefici in tutto il paese». All'appello per l'operazione contro i ticket mancherebbero ancora 434 milioni ed è per questo che secondo le Regioni il problema rimane assolutamente aperto. La spesa sanitaria costituisce mediamente l'80% del bilancio delle Regioni e presenta un andamento di crescita continuo e senza inversioni. Le proiezioni dell'impatto demografico mostrano come questa sia, tra quelle del Welfare, la voce con la dinamica di crescita più costante. Le motivazioni sono varie: basti pensare all'invecchiamento della popolazione, che risulta maggiore in Italia rispetto ad altri paesi membri della Ue, alla disponibilità di metodiche diagnostiche sempre più sofisticate e conseguentemente di alto costo e alla recente immissione sul mercato di farmaci biotecnologici di prezzo elevato. Tuttavia è anche noto come alla crescita della spesa abbiano corrisposto risultati non sempre soddisfacenti in termini di benessere. Le Regioni che spendono di più e che presentano regolarmente bilanci in rosso non sono sempre quelle in cui la sanità eccelle, ad esempio Sicilia e Calabria, a fronte di deficit storici (la Sicilia spende per la sanità il 30% in più rispetto alla Finlandia, secondo la Corte dei Conti), fanno rilevare paradossalmente consistenti tassi di mobilità passiva, ovvero di migrazione sanitaria verso altre Regioni. Insomma, in sanità la qualità non è sempre associata al livello di spesa. Le Regioni con elevati livelli di spesa (e spesso di deficit) non sono quelle che assicurano i servizi di migliore qualità e, viceversa, contenere il deficit non significa necessariamente peggiorare la qualità dei servizi sanitari. Studi svolti dal Formez hanno rilevato una debole correlazione tra qualità dei servizi e livello di spesa regionale, ma invece maggiore correlazione tra capacità gestionali (efficienza, controllo del deficit e composizione della spesa) e risultati di processo (qualità, appropriatezza e responsività) con ricaduta positiva sulla salute della popolazione. E per far crescere la qualità delle cure un ulteriore passo indispensabile è quello di permeare il servizio sanitario con la cultura di un sistema meritocratico gestito con sapienza ed coerenza. Diffusi fenomeni di corruzione finanziaria hanno intanto offuscato l'immagine della politica a livello regionale. Se in Regioni a forte presenza di organizzazioni di stampo mafioso, quali Sicilia e Calabria, i consistenti flussi finanziari che ruotano attorno al sistema sanitario hanno stimolato gli appetiti delle rispettive organizzazioni malavitose, mafia e ‘ndrangheta, da tempo entrate di fatto nel business della salute tramite la gestione di strutture in convenzione o di servizi esterni, anche in diverse altre Regioni rapporti incestuosi tra gestori della sanità pubblica e sistema delle cliniche private hanno di volta in volta distolto ingenti fondi regionali per profitti personali. Insomma, sembra che tocchi alla politica fare un passo indietro, rinunciare alle estese cointeressenze e riconquistare l'obiettivo semplice di offrire servizi di buona qualità e risultati di salute accettabili, il cui raggiungimento tuttavia richiede in via preliminare di stabilire le complesse regole del confronto e della separazione fra politica e gestione e fra gestione e «portatori di legittimi interesse», insomma il ritorno al tema dei temi, la governance del sistema sanitario nazionale. Vito Di Lernia |
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Ragionpolitica, periodico on line n.274 del 29/7/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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