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numero 280
6 marzo 2008
 
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Giustizia: una riforma in nome della Costituzione e della competitività

di Carlo D'Andrea - 29 luglio 2008

La riforma del sistema giudiziario non rappresenta solo un obiettivo di equità ma anche di competitività del Sistema Italia. Tra i compiti primari della giustizia vi è infatti quello di garantire l'esercizio della libera iniziativa economica assicurando l'osservanza delle regole in questo tipo di attività. La corsa sfrenata verso il protagonismo delle procure e la sete di giustizia ha condotto negli ultimi venti anni il nostro Paese verso una deriva giustizialista che, lungi dall'assicurare un argine contro l'illegalità, ha prodotto invece un allontanamento dai sacrosanti principi garantisti, cardini della nostra cultura giuridica e, soprattutto, un aggravarsi del malfunzionamento dell'attività dei nostri tribunali. Primo del confronto ideologico tra giustizialisti e garantisti c'è quindi da scegliere tra una giustizia efficace ed efficiente e una giustizia che predica severità e rigore, ma nella pratica rallenta quotidianamente lo sviluppo dell'Italia.

A coloro che a ogni piè sospinto tirano in ballo il dettato costituzionale va ricordato innanzitutto come da quasi dieci anni l'articolo 111 sul Giusto Processo aspetti una concreta applicazione. Non si tratta di un articolo di meri principi, suscettibile delle più diverse interpretazioni, ma di una norma costituzionale - mutuata dalla Convenzione europea per i diritti dell'uomo - che traccia un orientamento ben preciso per la macchina della giustizia, una strada che punta a garantire l'imputato ma anche l'efficienza del sistema giudiziario, obiettivi che erroneamente si continua a porre in conflitto. Con buona pace dell'Anm, il percorso dovrebbe portarci - cito la Costituzione - a un «contradditorio tra le parti in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale», al riconoscimento effettivo alla parte accusata di reato di convocare testimoni e acquisire ogni altra prova «nelle stesse condizioni dell'accusa», e al diritto a una «ragionevole durata» del processo. Sempre nello stesso articolo si raccomanda, inoltre, la tempestività dell'informazione sulla natura e sui motivi dell'accusa, la disponibilità per l'accusato del tempo e delle condizioni necessari per preparare la difesa, il diritto per lo stesso d'interrogare o di far interrogare le persone che lo accusano. In nove anni nessuno di questi precetti ha trovato una piena applicazione. Il tentativo della riforma Castelli d'introdurre la separazione delle carriere, limitare l'arbitrarietà dei pm nell'esercizio dell'azione penale, regolamentare l'illecito disciplinare e gerarchizzare le procure, fu bloccato maldestramente dal disegno di legge del Guardasigilli di Prodi, quel Clemente Mastella anch'egli troppo poco giustizialista per non cadere sotto i colpi di un anonimo procuratore.

Come ha detto l'attuale ministro della Giustizia, Angiolino Alfano, lo scontro oggi è tra conservatori dello status quo - inefficiente e sprecone, oltre che frequentemente persecutorio, - e riformatori. Sembra incomprensibile che, annebbiati dalla solita tiritera di alcuni mass media togati, molti non si accorgano di quanto il nostro sistema giudiziario sia gravemente impantanato e di quanto questo malfunzionamento danneggi la nostra economia. Come per altri comparti - istruzione, sanità, ricerca - non è vero che le disfunzioni dei nostri tribunali siano legate alla carenza di risorse. Dove le risorse mancano, è spesso perché sono mal gestite. La riprova arriva finalmente dai tribunali di Bolzano e Torino dove, l'adozione da parte dei presidenti di criteri aziendali - ottimizzazione del personale, capacità di ascolto verso cittadini e avvocati, gerarchizzazione delle cause - ha portato a un taglio netto dei costi unito a una crescita dei risultati. Nella procura altoatesina, in particolare, il piano di riorganizzazione ha portato il budget dai 2 milioni di euro del 2003 ai 620 mila del 2006, con un taglio netto anche ai tempi di chiusura dei procedimenti!

È invece verissimo che l'incertezza sui tempi e l'inefficacia di una giustizia giusta rendono più rischioso il contesto economico riducendo gli investimenti delle imprese e dei consumatori. Un interessante studio, prodotto nel 2003 dall'Università di Harvard, sulla rapidità con cui diversi sistemi giudiziari fanno rispettare vari tipi di contratto è illuminante sulla situazione catastrofica in cui versa l'Italia. La ricerca (ripresa nel saggio Goodbye Europa di Alesina-Giavazzi) mostrava tra l'altro che mentre negli Usa per sfrattare l'inquilino inadempiente siano necessarie appena sette settimane, in Italia trascorrono in media quasi due anni per avere la sentenza e renderla esecutiva. Una perfomance che resta scadente anche se raffrontata con paesi europei come la Grecia o la Germania - classificati tra i peggiori in questo settore - dove il tempo massimo è di un anno e mezzo.

Eppure l'Italia spende, rispetto agli altri paesi occidentali, molte più risorse per l'amministrazione della giustizia: nel 2004 la spesa sopportata da ogni italiano è stata pari a 47 euro contro i 36 di un cittadino francese. In Francia però i procedimenti civili pendenti sono soltanto un milione e mezzo contro i quattro milioni dei nostri tribunali! A chi attribuisce la lentezza dei nostri processi alle strategie, peraltro legittime, della difesa, occorre ricordare che in Italia due terzi dei procedimenti si risolvono con l'assoluzione per l'imputato che magari ha scontato anche la custodia cautelare. Non è questo un altro dato abnorme sul quale riflettere e sul quale responsabilizzare la governance delle procure? Oltre gli sprechi del comparto quanto ci costa questa inefficienza in termini di mancato sviluppo? Quanti imprenditori rinunciano a nuovi progetti per non andare incontro a procedimenti, ricorsi e dibattimenti potenzialmente infiniti che congelerebbero il proprio denaro nell'attesa di una sentenza anche favorevole? È possibile rassegnarsi alla diatriba tra Anm e politica o conviene garantirci innanzitutto una macchina giudiziaria che non sia un mostro burocratico da aggirare ma uno strumento di controllo della legalità e di sostegno dell'attività economica?

Carlo D'Andrea

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