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La strana postmodernità del cardinal Martini

di Raffaele Iannuzzi - 31 luglio 2008

Il cardinal Martini legge la postmodernità nei suoi aspetti salienti. Il postmoderno è, allora, il tempo della sensibilità acuta che sottolinea il sentire individuale, sottovalutando la razionalità astratta; è il mondo del «tutto è permesso», dei diritti assoluti e dei doveri relativi; è il mondo della bellezza umana versus la Verità di Cristo. Verità come fondamento anche metafisico, oggettivo, ontologico. Un mondo che apre spazi inediti di dialogo con il cristianesimo - osserva Martini - e non è intelligente chiudersi di fronte alle domande di questi tempi, ormai non del tutto nuovi, visto che Guardini, nel 1950, già parlava di «fine della modernità». Che dire? Tutto vero e tutto irrilevante. Mi spiego. E' ben vero che il postmoderno sia un kairòs per la Chiesa. Come lo è stato qualsiasi tempo storico. La differenza consiste nella decostruzione permanente della verità ad opera del postmoderno, fatto mai sperimentato prima, almeno in queste dimensioni.

Ma ciò che colpisce nella riflessione fenomenologico-descrittiva di Martini è l'assenza di forza spirituale e di imprinting missionario, quasi che bastasse la mera descrizione dei fatti e dei contesti per riaprire partite nuove nell'evangelizzazione del mondo occidentale. E così non è. Questo è il punto. Tra l'altro, il cardinale appare attardato su giudizi culturali e perfino culturologici, con le solite modalità gesuitiche, nel senso gramsciano del «gesuitismo», senza inventare niente di nuovo, senza addentrarsi nelle ragioni storico-culturali del fenomeno, senza valutare la grave crisi della Chiesa post-conciliare. Come a dire: il lògos nel deserto. Nel vuoto pneumatico. Questo approccio depotenzia qualsiasi azione evangelizzatrice e qualsiasi ripresa del pensiero teologico cattolico. Nega addirittura la drammaticità della libertà umana, che non si affianca ai tempi che stiamo vivendo con lo sguardo sornione, come i gatti che salgono sullo schienale della poltrona del padrone, ma con tensione e ansia.

Tutti gli studi sociologici, antropologici e culturali sul postmoderno rilevano la medesima realtà: si tratta di un periodo non meglio definito, occorre aggiungere, e teso tra il già e il non ancora, per così dire non schematizzabile, «liquido» direbbe Bauman, io direi «decostruito» costantemente, in preda al dèmone della decostruzione. Il labirinto di Bataille: ecco una prima metafora. Nel labirinto ci si perde, ma si ritrova anche un nuovo punto di vista. Il postmoderno è, in questo senso, un'occasione preziosissima, appunto, ripeto: un kairòs.

Non solo. La modernità è teologica, non v'è dubbio alcuno. Rosmini, Newman, i teologi russi, protestanti come Barth, la genialità balthasariana, anche irregolari fuoriusciti come Illich, e molti altri ancora: che ne è di questa messe teologica e filosofico-religiosa? Il postmoderno non può farne a meno. La Chiesa non può trascurarne la portata. E soprattutto non può trascurare la portata delle gigantesche domande religiose e mistiche presenti nei disordinati uomini postmoderni. Irregolari, ma anche più «barbari» e affascinanti di certi moderni irreggimentati, certo assai di più dei chierici intellettuali così invisi a Péguy ed a chi scrive.

Di tutto ciò neanche una parola nel discorso di Martini, che si limita a fare la predica ai postmoderni, perché non abbastanza «spirituali», da un lato, mentre, dall'altro, si confonde con le stesse domande postmoderne, senza discernere, come pure dichiara di voler fare. Insomma, è la Chiesa post-conciliare la più anti-moderna e anti-laica, alla fine. Perché, per essa, la questione è sempre aderire ad un certo Dio di Gesù Cristo, nelle forme anche ideologicamente preconfezionate e con i soliti discorsi retorici. Niente di nuovo sotto il sole. Gli unici a non accorgersene sono certi cardinali.

! Raffaele Iannuzzi
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