|
|||||||
|
|
Università: verso una politica premialedi Salvatore Sechi - 31 luglio 2008 Che fondamento ha l'accusa mossa dai rettori italiani (la Crui) al governo Berlusconi di avere inferto un colpo durissimo, forse mortale, all'università? Tale sarebbe la conseguenza del blocco del turnover e della trasformazione degli atenei in fondazioni di diritto privato, proposto dal ministro Tremonti. I dati da cui partire non possono fermarsi al rilievo, inoppugnabile, secondo cui la destinazione dell'0,9 del prodotto interno lordo (Pil) all'istruzione terziaria in Italia è inferiore, molto inferiore, all'1,4 della media dei paesi dell'Ocse. Dunque, non si tratta di una perversa novità introdotta del centrodestra, ma di una vecchia storia, che sarebbe opportuno archiviare aumentando gli investimenti, pubblici e anche privati, nella ricerca e nell'istruzione superiore. Tremonti non si è discostato dalla spesa storica (il 75%, cioè i due terzi, dei fondi destinati all'università, 7 miliardi di euro, vengono dallo Stato). Il governo Prodi non è stato con le mani conserte nel deprimerla. I dati relativi ai bilanci degli atenei del 2007 segnalavano un dissesto che avrebbe richiesto un grido di allarme altrettanto plateale come quello lanciato dalla Crui (Conferenza dei rettori dell'università) contro l'attuale inquilino del Ministero del Tesoro. I costi del personale negli Atenei sono raddoppiati. In termini numerici questo sfondamento significa che il Fondo di finanziamento ordinario, istituito nel 1993, malgrado il meccanismo di riequilibrio introdotto nel 1998 e nel 2004, registrava l'anno scorso l'andata in rosso di 26 università (per intenderci il 37% in più rispetto all'anno precedente). In questa lista nera ci sono atenei di prestigio come Firenze, Pisa, Napoli Orientale, Trieste, ecc. In altre parole, ciò sta ad indicare che la spesa per il personale è andata oltre la soglia del 90% dei finanziamenti ordinari. Se si guarda bene dentro questa spesa ci si rende conto della ragione per cui Tremonti ha imposto una severa politica di tagli e lo stop del turnover. Un ruolo deve aver giocato il fatto che nel 1998-2005 il numero dei docenti di ruolo sono aumentati del 26%, mentre il numero complessivo degli studenti è cresciuto di appena il 7,8%. In Italia abbiamo un docente ogni 21,6 studenti, mentre nell'Unione europea la media è di 1 ogni 15,9. Dunque, pochi docenti rispetto all'utenza e come si vedrà anziani. In questa forbice c'è il decadimento dell'autonomia delle università che nel modo insensato di reclutare il personale ha esaurito la sua identità, precipitando nella morta gora delle dissipazione e nell'uso clientelare della spesa. Più precisamente, lo sforamento della soglia del 90% è dovuto ad una politica irresponsabile e lassista di una serie di atenei che nell'ultimo decennio, con molta allegria, hanno proceduto sulla strada del reclutamento e della promozione del personale docente. Todos caballeros, dunque. Ricordo come nell'Università di Ferrara venne stabilito il principio di chiamare tutti i professori che fossero risultati vincitori di un concorso. Non ricordo che siano mai state approvate delle priorità in funzione del successo o della qualità delle Facoltà o dei corsi di laurea. La linea che prevalse fu quella di non negare a nessun docente idoneo la chiamata, anche se il suo insegnamento era seguito da studenti umbratili. Ancora oggi sullo stesso insegnamento operano più professori di prima fascia. Per stare nella stessa sede universitaria in cui insegno, segnalo un'altra anomalia. La distribuzione dei fondi per le ricerche è stata affidata a commissioni formate da rappresentanti di professori di prima e seconda fascia, e dei ricercatori. Dunque, chi come questi ultimi non aveva ancora dimostrato di avere i titoli per ricoprire un posto di prima fascia era chiamato a decidere della qualità dei progetti di ricerca dei suoi «superiori». Si tratta di una forma di egualitarismo semplicemente vergognosa, ma che aveva un merito. Consentiva ai rettori, distribuendo a pioggia i fondi per le ricerche, di compensare il proprio elettorato (reale o potenziale). Per completare il quadro di questo uso scriteriato e abusivo dell'autonomia universitaria, mi pare il caso di far presente come i Consigli per la ricerca e Consigli di amministrazione abbiano non di rado assegnato quote dei fondi per la ricerca in misura addirittura superiore a quella richiesta dai singoli docenti, senza giustificare il motivo di questo sovrafinanziamento. La magistratura estense ha sotto osservazione la gestione della prof. Elisabetta Fava, della Facoltà di Lettere e Filosofia. Ferrara non è stata un'eccezione. Infatti la mancata correlazione del peso degli stipendi alla qualità dell'ateneo, comunque misurata, è al centro della denuncia del Libro Verde prodotto nel 2006 dalla Commissione tecnica per la finanza pubblica guidata da Gilberto Muraro. Ci sono, però, stati degli Atenei, anche grandi ( Il Politecnico e la Bicocca di Milano) che hanno assorbito per il personale la quota minore del fondo ordinario (cioè il 60°%). Secondo una recente ricerca internazionale della Confindustria la maggioranza assoluta (precisamente:il 55%) dei cattedratici italiani hanno un'età over-50 (in Francia sono il 44% e in Germania il 35%, in Gran Bretagna appena il 30%). La classe d'età più numerosa ha 60 anni. Si tratta, per intenderci, di circa 2.500 docenti. Questi dati hanno un significato preciso. Mostrano che un docente in età avanzata percepisce buste-paga sempre più pesanti rispetto a quelle che avrebbero i giovani. E questo peso (si chiamano spese fisse) si scarica sui conti degli atenei in una misura superiore al 90% del finanziamento statale. Sette di essi (a quelli prima citati si sono aggiunti Bari, Cassino e L'Aquila), come ha documentato Il Sole-24 Ore ( 28 luglio, n. 207 con gli articoli di Gianni Trovati e Alessandro Schiesaro), sono un bilancio in fase avanzata di dissesto, un'altra ventina (dove ci sono Torino, Pavia, Siena, Genova, Roma Tor Vergata,Venezia, Modena e Reggio Emilia, Milano, Bologna, Ferrara ecc.) stanno per essere ingoiate dalle stesse sabbie mobili. Dunque, bisogna differenziare, cioè tenere conto che non si può applicare a tutti gli atenei la stessa cura. E' necessaria una politica premiale, che favorisca le università più efficienti, con i conti in ordine, capaci di valorizzare produttività e merito come quella che Tremonti ha previsto per Comuni e Province. L'unità della Crui è stata spezzata proprio per la sua difesa corporativa di tutte le sedi universitarie. In nome del principio astrattamente egualitario della funzione docente si è fatta usbergo e lancia delle rivendicazioni di tutti i docenti. Per reazione è nata una nuova associazione degli atenei che privilegia una virtù rara, quasi scomparsa, cioè la qualità. Si chiama Aquis (la dirige il rettore di Padova Vincenzo Milanesi), raccoglie una ventina di atenei e punta sulla riqualificazione della spesa. E probabile che Tremonti si rifaccia ad essa quando ha impostato la sua politica di taglio dei finanziamenti e di blocco del turn over. Bisogna applicare ad ogni malato un cura specifica. Non si può continuare, col sostegno irresponsabile di qualche Cassa di Risparmio, a buttare soldi in pozzo senza fondo come gli Annali degli Atenei e dei Dipartimenti che finiscono al macero. Non si può consentire la formazione di migliaia di corsi di laurea. Non si può continuare a finanziare i progetti di ricerca di chi non ha mai presentato, come avviene in molte università, il rendiconto sull'impiego di quelli avuti in precedenza. Non si capisce il senso della creazione di case editrici da parte delle stesse università che ospitano saggi che nessun editore stamperebbe. Nei prossimi 5 anni andrà in pensione il 40% dell'intero corpo docente, e nel 2010 dovrebbe scattare la riduzione degli attuali 7 miliardi di euro del fondo ordinario assegnato dallo Stato all'Università. Col blocco del turnover e la possibilità di trasformare le università in fondazioni di diritto provato, Tremonti e la Gelmini hanno fatto bene a costringere il mondo accademico a progettare una radicale riforma dell'esistente. Dovranno spiegare ai cittadini e agli stessi studiosi
In altre parole, a chi è scientificamente bravo si dovrebbero conferire poteri ed una collocazione in organico ad un livello che non comporti necessariamente costi finanziari, se non sia venuto il momento di stabilire dei criteri non fasulli per accertare il numero degli studenti iscritti e dare finalmente un taglio al malcostume di considerare studenti i fuori-corso e i non frequentanti. Purtroppo oggi il finanziamento degli atenei, e lo stesso rapporto docenti-studenti, è collegato a questa situazione incerta, altamente fluida, dell'utenza universitaria. Le misure di Tremonti e della Gelmini non entrano in questi particolari che ho appena elencato. Mi pare, tuttavia, compito di ognuno di noi provare a immaginare un'università diversa, accettare cioè l'esistenza di differenze enormi tra una sede e l'altra, e ripensare la natura stessa dell'istruzione superiore. Salvatore Sechi |
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.274 del 29/7/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||