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Quando il nichilismo diventa "pratico"

di Fabrizio Gualco - 18 dicembre 2002

Il pensiero e l'azione sono interconnessi: avvolti e avvinti l'uno all'altra in modo vicendevole ed inestricabile: sia in positivo sia in negativo. Hannah Arendt, affermando che non può esservi pensiero disgiunto da esperienze personali, a suo modo evidenzia l'interdipendenza che esiste fra l'astrazione e la concretezza. Molte avventure intellettuali trovano replica nel tessuto vivente della realtà quotidiana. E la realtà quotidiana, a sua volta, incide sui modi ed i toni del pensiero. Il circolo può essere virtuoso oppure vizioso.

Una mentalità che afferma l'insensatezza del mondo e che sottovaluta le potenzialità positive della persona è di per sé pronta ad indirizzarsi, come azione distruttiva, verso cose e persone. Molto dipende dalla prospettiva attraverso cui si vede e si vive il mondo. Più ampia è la prospettiva, più è possibile riconoscere le cose nella loro realtà e verità. L'estrema vicinanza rende il quadro più nitido solo nei particolari, escludendo la possibilità di una visuale più estesa. Ed la visione dei soli particolari, disgiunta dalla visione del contesto in cui questi sono inseriti, non di rado risulta fuorviante. Sotto questo aspetto il nichilismo, oggi, rientra nel contesto della realtà quotidiana. Nel panorama mondiale e globale del mondo contemporaneo il nichilismo non rappresenta solamente un problema di ordine intellettuale, ma anche una questione di natura pratica.

Friedrich Nietzsche, teorico, fra l'altro, della vita intesa come malattia, nei suoi Frammenti postumi (11 [123]), sentenzia perentorio che «il nichilismo non è solo una contemplazione della vanità delle cose; né solo la convinzione che ogni cosa meriti di andare in rovina: si pone mano all'opera, si manda in rovina (...) L'annichilimento mediante la mano asseconda l'annichilimento mediante il giudizio».

Questo è un passo indicativo. Porta a constatare che in un modo o nell'altro, in maniera mediata oppure immediata, indiretta oppure diretta, il nichilista afferma come verità fondamentale la vacuità del mondo e nega che le persone siano, per loro natura, capaci di bene. Fedele a se stesso, Sartre arriva a definire l'uomo una "passione inutile". La percezione radicale della mancanza di senso, elevata a metro unico di giudizio, può condurre a deliberazioni e scelte pratiche altrettanto radicali. Per tal motivo la mentalità nichilista non si ferma alla percezione o alla constatazione del negativo, ma può giungere alla convinzione che, a conti fatti, cose e persone meritino di andare in rovina. E che magari si debba, in tal senso, contribuire, impegnarsi, "fare qualcosa" affinché tale rovina sia raggiunta nel modo più celere possibile.

Non a caso Raymond Aron ci ricorda che la predisposizione a denunciare la sorte che un mondo privo di senso riserva all'uomo, può esporre l'uomo stesso all'esercizio dell'indignazione e dell'odio: fino al punto in cui indignazione e odio prevalgono irrazionalmente su ogni altro tipo di considerazione, sfociando all'estremo nella pratica della distruzione. Una pratica esteriore che diventa un farmaco illusorio della disperazione interiore. Anziché lasciare a ciascuno il compito di trovare, nella libertà, il senso della propria vita, il nichilista si comporta come il profeta di sventura che oltre a profetare agisce in modo tale da confermare la sua profezia. Al nichilista non importa la verità, ma "aver ragione" ad ogni costo e a tutti i costi. Anche e soprattutto quando il prezzo per il suo disprezzo del mondo e delle persone viene pagato, in termini sia materiali che umani, sempre da altri.

Fabrizio Gualco

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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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