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numero 280
6 marzo 2008
 
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Il governo e le politiche pro-labour

di Filippo Salone - 2 agosto 2008

Il governo Berlusconi è un governo pro-labour. Il paradosso è solo apparente, visto il capovolgimento delle realtà politiche in Europa (Sarkozy ha rappresentanto la nave scuola di questo fenomeno), con una destra liberal-popolare e una sinistra social-conservatrice. Con il trend blairiano, valorizzata dalla contaminazione culturale con il thatcherismo, la prima fase di questo mutamento è stata incoraggiata, perché Blair è stato un uomo di sinistra che ha governato con idee di destra. Da quel momento infatti la destra ha superato l'arroccamento sulla difesa oltranzista delle gabbie sociali e dei vecchi schemi di regolazione economico - finanziari (anche statalisti), e ha carpito la sfida dell'innovazione riuscendo a sedurre sia le classi sociali ricche, sia le classi meno abbienti. Questa difficile mediazione in un terreno che la storia del Novecento come storia di lotta di classe aveva contrapposto sembra ora immediatamente prossima.

Non può, dunque, destare alcuno stupore l'approccio «pro-labour» di questo governo e quindi le misure contenute nel pacchetto finanziario. La nuova «economia sociale di mercato» passa infatti dalle norme di detassazione sulla componente variabile del salario (i premi e gli straordinari) che strizzano l'occhio all'operaio «sarkoziano» che chiede flessibilità e propensione al guadagno e vanno dall'abolizione dell'Ici sulla prima casa alla ridistribuzione sulle fasce deboli, circa 4 milioni di euro, finanziata con i proventi della «Robin Hood Tax». E ancora politiche economiche di sostegno alla crescita, rilancio del sistema infrastrutturale e piano energia, coniugate con un rinnovato sistema di welfare.

Nel libro verde varato del Ministero del Lavoro si possono difatti perfettamente scorgere le linee guida del nuovo corso di «welfare umanista». La bussola di Sacconi traccia un sistema adatto a sostenere la crescita del Paese valorizzandone contemporaneamente il capitale umano. Mette al centro la famiglia e punta a sviluppare dentro la società un welfare delle opportunità fortemente comunitario e relazionale che interviene nell'intero ciclo di vita in modo da rafforzare l'autosufficienza della persona e prevenire il formarsi del bisogno. Un welfare che dovrà fondarsi sulla capacità di offrire continuamente opportunità e servizi alla persona, in una logica complessiva di presa di coscienza a cui devono corrispondere precise responsabilità della persona destinataria. La concessione di tutele e sussidi andrà pertanto condizionata, ove possibile, alla partecipazione attiva alla società «nell'ottica virtuosa del binomio opportunità-responsabilità». L'assistenza primaria viene quindi in quest'ottica rivolta all'integralità della persona che si muove dentro un tessuto sociale caratterizzato da specificità e complessità nella consapevole ricerca dell'integrazione tra dimensione umana e funzione lavoro.

Ma per attecchire in profondità le tematiche politiche determinanti questo approccio dovranno diventare patrimonio comune: la responsabilità viene prima dell'uguaglianza; la nuova sicurezza è offrire continuamente a chi sta indietro l'opportunità di rientrare al meglio nel mercato del lavoro; la mobilità sociale come continuo trade-off tra formazione e incentivazione al lavoro; la previdenza come volano della macchina statale e non come gigantesco buco nero dal quale far affiorare le briciole da destinare ai lavoratori di domani; il patto di cittadinanza fondato sull'integrazione degli immigrati al rialzo, non sull'ideologia dell'«integrare tutti, pagati da pochi», dunque integrare male a spese del corpo sociale, che in più viene danneggiato anche economicamente. Per dirla alla Blair «il futuro del modello sociale continua ad essere fondato sui nostri valori tradizionali, ma dipende dalla nostra capacità di cambiare insieme al mondo in cui viviamo».

Filippo Salone

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