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Karadzic minaccia la credibilità della diplomazia americana

di Alexandra Javarone - 5 agosto 2008

Il Giudice della Corte Internazionale ad hoc per i crimini dell'ex Jugoslavia ha fissato la prossima udienza di Radovan Karadzic per il 29 agosto. Il leader serbo-bosniaco avrà a disposizione trenta giorni per mettere a punto la propria tattica difensiva. Intanto, come rilevato dagli analisti, il poeta-assassino parrebbe aver già intrapreso la chiara linea del contrattacco. Recluso nel centro detentivo di Scheveningen, accusa l'occidente d'aver messo in atto una sorta di «caccia alle streghe», sfruttando l'opera mediatica di quello che lui stesso definisce «mitizzato risentimento politico mussulmano». Dopo aver formalmente rinunciato al diritto d'esser difeso da un legale, ha annunciato l'intenzione di rendere pubblico il processo, perseguendo l'intento di trasformare l'udienza all'Aja in tribuna politica, sfruttando l'arena politicizzata del tribunale per lanciare moniti, accuse e tetri presagi. Molti i segreti e gli intrighi che attendono ancora d'essere svelati: «Posso coinvolgere governi e figure politiche d'alto rango». La mira è chiaramente quella di sfruttare l'ombra del sospetto posatasi sull'onerosa macchina diplomatica internazionale, guadagnando tempo «utile a tener salda la vita».

Karadzic ha fatto richiamo all'accordo sottoscritto con l'allora ambasciatore statunitense Richard Holbrooke (alfiere della pacificazione di Dayton), stretto dopo la ratifica degli accordi di Dayton al fine di garantire al latitante l'immunità, condizionata al silenzio di una vita privata: «Mi garantì libertà in cambio della mia uscita di scena». Chiama in causa anche Madeleine Albright che avrebbe lanciato una proposta simile pure a Biljana Plavsic - a quei tempi presidente della Repubblica serba - perché «mi spingesse a raggiungere la Russia o la Serbia per aprire una clinica privata». Teme per la sua sorte e per la sua stessa vita, minacciata dalla gravità delle sue rivelazioni, dal freddo timore del plenipotenziario americano, Holbrooke che, dopo aver offerto al latitante protezione durante questi lunghi 13 anni, sarebbe infine pronto i «ad eliminarmi».

Segretamente protetto dagli Stati Uniti d'America «fino alla rottura del accordo sottoscritto dall'allora rappresentante degli Usa nell'ex Jugoslavia» anche secondo quanto testimoniato dal quotidiano serbo Blic: «Il leader bosniaco avrebbe infranto gli impegni dell'intesa che gli garantivano immunità». Stando alla non meglio identificata fonte citata dal quotidiano serbo, nel 2000, dopo una serie di intercettazioni, la Cia avrebbe dimostrato l'effettiva partecipazione di Karadzic alla vita ed alla direzione del suo partito, l'Sds. La testimonianza, «affidabile» come riportato dal quotidiano, travolge di nuovo sospetto l'intricata vicenda della cattura di Karadzic.

Holbrooke smentisce seccamente ogni sorta di implicazione, negando la stessa esistenza del documento: «Il documento non è mai esistito, si trattò di un falso cui venne apposta la mia firma». «Ridevamo tutti per la mia firma falsa» avrebbe aggiunto, ma a conferma della «incredibile» accusa lanciata da Karadzic, giungono imbarazzanti le conferme di uno dei più acerrimi nemici del criminale serbo-bosniaco: quella dell'ex ministro della BH Sacirbej (pronto perfino a testimoniare avanti al Tribunale) il quale attesta di aver ricevuto una prima assicurazione intorno ai fatti dal diplomatico americano, Frowick, ed una successiva riprova durante «un incontro tra Holbrooke e Izetbegovic».

Il patto d'impunità, siglato in cinque punti, sarebbe allora esistito, «messo agli atti» ed infine fatto svanire pure secondo Gojko Klickovic. I sospetti concernenti l'accordo di «buonauscita», tanto forti da giungere perfino al Congresso americano, già una volta costrinsero il plenipotenziario americano a prestare giuramento di fronte all'Assemblea americana. Ma la vicenda resta ancora coperta dal mistero. La giustizia internazionale s'attarda a dar ragione agli orrori del genocidio, la polvere s'accumula sui fascicoli, mentre superare il passato o render memoria alla tragica storia dei Balcani, sollevando la verità dall'inflessione della menzogna, appare questione inattuabile. La vicenda balcanica appartiene ad un intraducibile passato imperfetto, alle ombre della diplomazia democratica dell'Impero statunitense ed a quegli stessi nomi che oggi stesso figurano nella copiosa lista dei consiglieri dell'inesperto candidato alla Casa Bianca, Obama. Paradosso che potrebbe riportare proprio Holbrooke, forse colpevole di aver insabbiato la giustizia internazionale, a dover affrontare il rinnovato risentimento nazionalista che agita i Balcani.

Alexandra Javarone

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