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Riscoprire il valore dello Statodi Gabriele Cazzulini - 5 agosto 2008 Il ritorno al potere della destra è stato salutato come il ritorno dello Stato e della sua autorità. Dopo decenni in cui il potere statale è stato il bersaglio preferito delle infamie peggiori e dopo che i processi di federalizzazione ne avevano demolito la centralità, adesso lo Stato non è più sinonimo di spreco e malversazione. Dopo solo un decennio si scopre che il trionfo della società civile, del terzo settore, dell'associazionismo - temi così in auge e accettati come realtà evidente - era un terribile inganno. Neanche il tempo di sognare la fine dello Stato che la crisi sulla sicurezza e sull'economia hanno rivitalizzato proprio lo Stato. Il singolo, il privato, il cittadino, anche se riunito in gruppi più o meno organizzati e dotati di risorse, non è riuscito a fare a meno dello Stato. C'è anche un rilevante particolare storico. Erano gli anni in cui la sinistra si sforzava di imporre la sua egemonia politica, culminata nell'occupazione dello Stato e quindi nell'azzeramento della sua autorità. Prima il partito, poi lo Stato - era sempre questa la gerarchia. Poi la crisi interna della sinistra, seguita dalla sua implosione simultanea all'esplosione delle emergenze nazionali. Ma sarebbe limitato abbinare la rivalutazione dell'autorità statale esclusivamente alla questione della sicurezza. Sarebbe come credere che l'intero Stato sia soltanto la sua forza muscolare. Lo zelo di Brunetta, l'oculatezza inflessibile di Tremonti, lo slancio giovanile della Meloni, l'impegno etico e culturale di Bondi, l'educazione morale nella scuola della Gelmini: sono segnali che parlano di una rinascita dello Stato che non bada soltanto all'ordine pubblico. Lo Stato riaffiora come unità politica con la sua coscienza, i suoi valori e la sua vocazione all'interesse pubblico. Non fa più paura né disprezzo guardare allo Stato come soggetto attivo. L'autorità non è l'unico volto dello Stato. E' il mezzo senza il quale la volontà dello Stato non può esprimersi. Ma il punto è proprio questa volontà, che era stata messa al guinzaglio degli interessi di partito e pertanto depressa nel suo impegno. Lo Stato come macchina di potere è un'aberrazione. Infatti è fallito, insieme ai suoi illegittimi padroni. Oggi l'orizzonte non guarda al passato. La prospettiva non è l'involuzione nello Stato centralista e monopolista. E' invece la combinazione tra libertà e sicurezza - sono libero quando sono sicuro. Ma la sicurezza non è solo quella della persona o della proprietà. E' anche quella dell'economia, della giustizia, della cultura. Sono i semi per coltivare una rinascita dello Stato che si riflette anche fuori dallo Stato. E' dimostrato sulla stampa, dove i giochi di potere sono finiti in ultima pagina rispetto al dibattito parlamentare. Si ragiona in base a logiche dei contenuti. Non più dei partiti. La riscoperta intelligente del valore dello Stato è anche questa maggiore trasparenza tra istituzioni e cittadini una volta che le spesse membrane dei partiti si sono assottigliate. Minori i partiti, migliore lo Stato. L'Italia sta scoprendo soltanto adesso il senso della democrazia, perché la democrazia di oggi non è la vecchia democrazia dei partiti che nutriva l'arroganza di sostituirsi allo Stato. Non a caso gli anni d'oro della partitocrazia erano anni dove le libertà erano soltanto speranze disattese. Adesso la cultura politica si è evoluta quel tanto che basta a capire che lo Stato è la condizione delle libertà. Senza lo Stato c'è soltanto la prepotenza del più forte sul più debole, sia esso un individuo o un'ideologia. Ma questa è una lunga parentesi di inciviltà che si è appena chiusa.
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Ragionpolitica, periodico on line n.275 del 5/8/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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