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Bosnia Erzegovina. Illusione europea?di Alessandra Poggi - 5 agosto 2008 Sono trascorsi quasi tredici anni da quando, nella cittadina statunitense di Dayton, Franjo Tudjman, Slobodan Milošević e Alija Izetbegović sottoscrivevano l'Accordo di Pace che avrebbe messo fine ai combattimenti nella ex Jugoslavia e, più in particolare, in Bosnia Erzegovina. L'Accordo fermava un sanguinosissimo massacro, ma non risolveva le cause che lo avevano provocato. A Dayton venne riassemblato uno Stato multietnico che in tredici anni è sopravvissuto grazie ai cospicui aiuti esteri e alla volontà della comunità internazionale (e soprattutto dell'Unione Europea) di riscattarsi dalla pessima prova data dalla propria diplomazia durante gli anni di guerra. L'ultimo passo del percorso iniziato a Dayton ha avuto luogo il 1° luglio scorso, con l'entrata in vigore dell'Accordo di Associazione e Stabilizzazione (Association and Stabilisation Agreement, ASA), siglato il 16 giugno in Lussemburgo tra i rappresentanti di Unione Europea e Bosnia Erzegovina. Il Commissario europeo per l'Allargamento, Olli Rehn, ha dichiarato che «la firma dell'Accordo rappresenta il punto di svolta che determina una nuova fase nelle relazioni tra l'Unione e la Bosnia Erzegovina», auspicando che il limbo istituzionale nel quale il paese si è arrabattato fino ad oggi venga superato una volta per tutte. Ma ciò sarà definitivamente possibile? Malgrado le numerose difficoltà e battute d'arresto dovute soprattutto alla rissosa politica interna bosniaca, l'entusiasmo ufficiale col quale la firma dell'ASA è stata accolta nel paese sembra dimostrare la volontà della Bosnia di intraprendere finalmente la giusta strada verso una stabilizzazione credibile e definitiva. Si prospetta, quindi, un'implementazione risolutiva degli Accordi di Dayton anche in conformità alle decisioni e ai desiderata dei membri dell'Unione espressi durante i summit europei di Zagabria (2000) e di Salonicco (2003). L'ASA, infatti, mira soprattutto a supportare gli sforzi delle istituzioni bosniache nel rafforzare la democrazia e il rule of law e nel completare il più presto possibile la transizione del paese verso un regime economico di mercato, che permetterà di sviluppare ed istituire, col tempo, un'area commerciale preferenziale tra la Bosnia Erzegovina e l'Unione Europea. Sul piano politico, soprattutto, è evidente la necessità di ridisegnare nel più breve tempo possibile l'impalcatura istituzionale di Dayton, poiché ancora oggi i 4 milioni di abitanti del paese devono fare riferimento a ben 14 livelli di governo e quindi ad una burocrazia troppo costosa e poco efficace. La classe politica bosniaca però esprime una strisciante ma sempre più evidente resistenza alle necessarie riforme in senso unitario. In particolare, il primo ministro della Republika Srpska (RS), Milorad Dodik, se al di fuori della sua Repubblica dimostra buona volontà al dialogo e alla cooperazione con la comunità internazionale e le istituzioni centrali bosniache (il suo tanto sospirato consenso alla riforma della polizia ne è un esempio significativo), all'interno della RS ha già da lungo tempo reso pubblico (sia a parole che coi fatti) il suo forte convincimento che la Bosnia Erzegovina sia un assurdo agglomerato di etnie ostili tra loro che vivrebbero molto meglio separate. Persino la recente cattura dell'ex presidente della Repubblica Srpska e criminale di guerra Radovan Karadžić non ha instillato nel paese quel senso di sollievo e aspettativa nel futuro che la comunità internazionale si sarebbe aspettata. Forse perché, se l'entusiasmo e la fiducia sembrano aleggiare durevolmente negli uffici di Bruxelles, a Sarajevo, Banja Luka e Mostar si guarda già alla prossima chiusura dell'Ufficio dell'Alto Rappresentante delle Nazioni Unite (OHR) e alla fine dei suoi poteri esecutivi come alla scintilla che potrebbe riavviare il caos istituzionale e politico che in molti temono. Il termine della supervisione internazionale interna alla Bosnia Erzegovina potrebbe essere fatale ad un paese del quale, da tredici anni a questa parte, si ostenta l'esistenza, ma che in concreto è ancora diviso e squarciato dalle ombre di una guerra fratricida di cui ancora in troppi vogliono vedersi riconosciute le cicatrici. Alessandra Poggi |
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Ragionpolitica, periodico on line n.275 del 5/8/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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