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Il taglio

di Gianni Baget Bozzo - 5 agosto 2008

Il governo Berlusconi ha riscosso successi politici: la pulizia di Napoli, il decreto sulla sicurezza e il lodo Alfano. Ora deve trovare il suo coordinamento amministrativo e creare delle preferenze tra le varie alternative che gli si presentano. Non ha, come il governo Prodi, il problema di un coordinamento politico tra partiti, la gestione della coalizione al di fuori del governo, le grandi riunioni come quella della Reggia di Caserta. Non c'è nemmeno la debolezza politica del suo governo del 2001, quando Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini ritenevano che il fenomeno Berlusconi fosse transitorio e si consideravano, a un tempo, in combinazione per l'uscita di scena del premier e in concorrenza per la sua successione. Questa volta il problema non esiste: il governo è politicamente targato dal suo presidente. E la blanda opposizione del Partito Democratico al lodo Alfano mostra che «il leader del partito avverso» ritiene Berlusconi senza alternative. Il problema quindi è quello di governare i ministri: essi sono ipermotivati dal loro lavoro e lo manifestano con l'annunzio del loro programma di ministero.

Il più fortunato nella politica dell'annunzio è Renato Brunetta, che può far suo il motto della televisione nel primo governo Berlusconi: «Detto? Fatto». È riuscito, usando accordi sindacali lasciati in sonno, a mettere in atto dei provvedimenti contro i «fannulloni»: un termine ripreso da un deputato del Partito Democratico, Pietro Ichino. Brunetta ha ottenuto, a quanto egli afferma senza contestazioni, la diminuzione dell'assenteismo degli statali del 30%. Ciò significa che ha messo l'accento sulla dignità della funzione prima sommersa nel mal costume generale. Ma evidentemente egli con ciò cozza contro la specificità dell'impegno delle forze di polizia, che hanno già annunciato lo sciopero contro la riduzione degli emolumenti imposta dal ministro dell'Economia. E questo quando il governo ha per missione specifica la sicurezza, specie nella lotta contro l'immigrazione clandestina: e questa politica ha un costo in più della precedente.

Un ministro dell'annuncio è certamente Roberto Calderoli, che di fatto tratta già con l'opposizione senza che si conosca ancora il contenuto del progetto. Sembra quasi un progetto trasversale in cui il ministro negozia, con la caratura di Umberto Bossi, con i partiti nei due lati dello schieramento. Da quel che si sa da dichiarazioni informali del ministro, pare che il primo impositore fiscale sia il Comune: un modo singolare di realizzare la nozione di sussidiarietà. Sembrerebbe, dalle parole usate, che a invocare sussidiarietà, cioè il rispetto delle funzioni proprie, debba essere in questo caso lo Stato.

Chi è in grado di fare, oltre che annunci, fatti - e fatti determinanti - è Giulio Tremonti. La missione del governo non è più quella di diminuire le tasse: a ciò è bastato l'Ici, che ha già aperto problemi per la finanza locale. Bisogna invece non aumentarle: e perciò l'imperativo è quello di ridurre la spesa pubblica. Tremonti ha molte frecce al suo arco ed egli è l'unico disponibile che possa, per il suo precedente incarico, garantire rapporti con Bruxelles. Inoltre su di lui posa lo sguardo con riverenza il «rivoluzionario saggio», Umberto Bossi, che Tremonti stesso ha definito con queste parole. Ridurre le spese dei ministeri è una delizia per l'orecchio leghista: meno certa quella di ridurre i contributi agli Enti locali e in particolare ai Comuni, su cui si fonda la struttura della politica leghista divenuta oggi, specialmente in Veneto, il partito dei sindaci. Tommaso Padoa-Schioppa aveva, nel medesimo ruolo, come vantaggio il fatto che gli accordi con i partiti li prendeva il presidente del Consiglio Romano Prodi. Ora, invece, in questo governo il Consiglio dei ministri è finalmente sovrano, le decisioni deve prenderle il Consiglio. Non a caso Berlusconi aveva pensato alla vicepresidenza del Consiglio per Gianni Letta, ma Bossi lo ha vietato. Il «rivoluzionario saggio» sapeva il fatto suo.

Il governo Berlusconi ha problemi molto più semplici dei precedenti governi, ma deve stabilire una procedura per le decisioni: il decisore ultimo deve essere l'unico ad avere autorità politica per farlo: il presidente del Consiglio. L'impegno messo a Napoli diventerà, per chi si è assunto il compito di governare il paese nella stretta presente, un duro lavoro quotidiano.

! Gianni Baget Bozzo

Questo articolo è stato pubblicato su Il Secolo XIX il 5 agosto 2008

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