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numero 280
6 marzo 2008
 
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Somalia. Liberi i nostri connazionali

di Anna Bono - 7 agosto 2008

La notizia della liberazione di Jolanda Occhipinti e Giuliano Paganini, i due cooperanti dell'organizzazione non governativa Cooperazione Italiana Nord Sud rapiti il 21 maggio in Somalia, è tanto più motivo di sollievo dato l'ulteriore, recente peggioramento della situazione politica e sociale del paese. L'accordo di pace firmato il 9 giugno a Gibuti dal governo e da Sharif Ahmed, leader dell'Alleanza per la ri-liberazione della Somalia, Ars, sembra infatti destinato a restare sulla carta, almeno per il momento.

Fin dall'inizio ne era stata evidente la portata limitata mancando al tavolo delle trattative i rappresentanti della componente più radicale dell'Unione delle Corti islamiche, la coalizione di clan che nel 2006 si era impadronita di Mogadiscio ed era riuscita a controllare vaste estensioni di territorio prima di essere sconfitta dalle truppe etiopi accorse in difesa del governo somalo. Il leader delle Corti, Hassan Dahir Aweys, aveva subito annunciato di non riconoscere gli impegni assunti dall'Ars e di voler continuare a lottare fino alla liberazione della Somalia dai «nemici di Allah». Il 23 luglio, fallito un tentativo di mediazione yemenita, Aweys si è quindi autoproclamato capo dell'Alleanza rendendo definitiva la frattura determinatasi all'interno dell'Ars all'indomani dell'accordo di Gibuti.

A peggiorare il quadro, pochi giorni dopo anche il fronte governativo si è diviso. L'occasione della nuova crisi politica, non certo la prima da quando nel 2004 sono nate le istituzioni incaricate di riportare la democrazia nel paese, è stata la decisione del primo ministro Nur Hassan Hussein di destituire il sindaco della capitale, Mohammed Dheere, ritenuto colpevole di insubordinazione e di aver fallito la missione di reprimere le attività terroristiche a Mogadiscio. Accolta con soddisfazione dal potente clan Awiye e, a quanto pare, anche dalla maggior parte della popolazione, la decisione del primo ministro tuttavia non è stata approvata dal presidente Abdullahi Yusuf Ahmed, alleato di Dheere. Con lui si sono schierati ben 10 dei 15 ministri del governo di Hussein che, in segno di solidarietà con il capo di stato, si sono dimessi. Altre polemiche investono inoltre il parlamento accusato di essere praticamente inattivo da almeno sette mesi e lo stesso primo ministro sospettato di aver fatto cattivo uso dei fondi pubblici.

Questi sviluppi hanno determinato in tutto il paese un crescendo di violenza e instabilità che i militari etiopi e governativi sempre più stentano a controllare, non certo facilitati nel loro compito dalle truppe dell'Amisom, la missione di peacekeeping inviata nel 2007 dall'Unione Africana e rivelatasi del tutto inadeguata al punto che, prima di rimettere il proprio mandato insieme ai colleghi dissidenti, il ministro degli esteri Ali Ahmed Jama Jengeli il 24 luglio aveva chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di prendere seriamente in considerazione l'eventualità di sostituirla al più presto con una missione Onu.

Le ripercussioni su una popolazione già stremata e disperata sono facilmente immaginabili, tanto più che lo stato generale di insicurezza rende ancora più difficili i soccorsi. I convogli delle organizzazioni umanitarie procedono tra posti di blocco presidiati da militari e uomini armati che esigono un dazio per lasciarli passare, pur sapendo che trasportano aiuti di prima necessità, magari destinati ai loro stessi familiari. Giunti a destinazione, rischiano di essere vittime di gruppi armati in cerca di bottino, come è successo alcuni giorni or sono ad Afgoye, 13 chilometri a sud di Mogadiscio, dove si ammassano le famiglie degli sfollati dalla capitale e dove tre «anziani» del locale comitato dei saggi sono stati uccisi mentre provvedevano alla distribuzione di un carico di aiuti. Come se non bastasse, la stagione delle piogge porta altri danni. Nella Bassa Shabelle, a sud ovest della capitale, migliaia di chilometri quadrati di campi seminati sono stati inondati dalle acque del fiume Shabelle e alcune migliaia di famiglie sono state costrette a lasciare case e proprietà sommerse dall'esondazione, andando ad aumentare il numero degli sfollati, ormai ben superiore al milione.

! Anna Bono
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