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6 marzo 2008
 
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Obama in difficoltà

di Cristiano Bosco - 7 agosto 2008

Barack Obama è reduce da una delle peggiori settimane dall'inizio della sua campagna elettorale. Un periodo di difficoltà senza precedenti, paragonabile solo ai giorni in cui il candidato democratico alla presidenza dovette prendere - assai goffamente - le distanze dalle posizioni poco ortodosse dell'amico predicatore Jeremiah Wright. A dispetto di un netto aumento nei sondaggi avvenuto nel corso della sua visita in Europa, con un record di nove punti percentuali di distacco dall'avversario repubblicano, la strada per Obama si è fatta in salita al ritorno dalla tournée internazionale. Il senatore dell'Illinois ha visto il proprio vantaggio diminuire notevolmente, un drastico calo nei sondaggi che ha portato a una situazione di sostanziale pareggio tra lui e John McCain. Non un buon segnale per il democratico, che, nonostante l'ormai infinita luna di miele con i media, si trova a pari punti con un avversario 72enne che non può vantare le stesse capacità di comunicazione, ha a disposizione risorse economiche più limitate e, soprattutto, rappresenta un partito in grande sofferenza, lacerato e del tutto privo di appeal nei confronti dell'opinione pubblica americana.

Per certi versi, il viaggio al di fuori dei confini statunitensi può aver procurato alcuni effetti positivi per la campagna di Obama. La visita in Iraq, con l'instaurazione di un dialogo almeno apparente con il primo ministro iracheno Maliki, può aver rafforzato la credibilità internazionale del candidato, elemento assai carente nel suo curriculum vitae. Ciò nonostante, gli effetti negativi del tour delle capitali europee potrebbero avere un impatto ancor più rilevante. L'elettore medio americano, non è un mistero, non vede di buon occhio un candidato che parla di fronte a folle di europei in delirio. «Joe Sixpack» - termine con cui si definisce lo stereotipo del lavoratore del midwest, il cui voto è decisivo per l'esito delle presidenziali - che rappresenta quella «Right nation» che troppi osservatori continuano erroneamente a sottovalutare, non comprende per quale motivo un candidato alla presidenza debba andare a fare campagna elettorale all'estero. Lo staff di McCain non ha esitato a sfruttare questo elemento a proprio favore: non è un caso se il senatore dell'Arizona, mentre l'avversario visitava Berlino, Parigi, Londra, si trovava in Ohio per concentrarsi sulle realtà locali e nazionali. E non è casuale nemmeno il boato di accoglienza riservato a McCain da un pubblico di 50 mila persone all'annuale raduno di Harley Davidson di Sturgis, South Dakota, come risposta alla sua dichiarazione d'apertura, nella quale dichiarava di preferire il «ruggito» delle motociclette presenti alle migliaia di berlinesi in piazza per Obama.

Lo scarto tra i due candidati è ora irrisorio e il calo nei sondaggi di Obama è segnale inequivocabile che qualcosa stia iniziando a cedere nella oliata macchina mediatica che circonda il candidato democratico. In particolare, si registra una netta diminuzione di entusiasmo nell'elettorato giovane, che ha svolto un ruolo fondamentale nelle primarie, incoronando il senatore dell'Illinois ai danni di Hillary Clinton. L'ipotesi di un'elezione presidenziale influenzata in maniera determinante dal voto dei giovani - ovviamente in favore di Obama - risulta ora poco realistica rispetto a quanto previsto fino a poche settimane or sono. Questa, ça va sans dire, è un'altra buona notizia per la campagna di McCain che, a causa dell'età avanzata del candidato, fatica a fare breccia tra il pubblico under 30.

A poco meno di tre mesi dall'election day, la corsa è quantomai aperta. Il testa a testa degli ultimi giorni mostra un Obama in grande affanno, ripetutamente attaccato da spot televisivi di McCain tanto imbarazzanti e ridicoli quanto efficaci, volti a «minimizzare e prendere in giro la popolarità di Obama come nuova forma di Beatlemania», come dichiarato da Patrick Buchanan. Il senatore dell'Illinois ha reagito in modo indispettito e ha tirato in causa, ancora una volta, la questione della razza, guadagnandosi le critiche della maggior parte degli osservatori. Il rischio di essere percepito come un candidato snob ed elitario è molto concreto. E ogni sforzo per allontanarsi da questa immagine, specialmente quelli più azzardati - il tour internazionale ne è un esempio e, per citare lo stratega elettorale democratico Mark Penn, «l'immagine di Dukakis su un carroarmato perseguita ancora il Partito Democratico» - potrebbe risultare controproducente, facendo così il gioco di McCain.

Cristiano Bosco

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