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numero 280
6 marzo 2008
 
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Arcipelago Solženicyn

In memoria dell'uomo della memoria

di Aldo Vitale - 7 agosto 2008

I campi della conoscenza umana sono sempre, per definizione ontologica, incerti e incompleti e mutano di stato solo se gli uomini decidono di perseguire la strada della verità. I campi dell'ignoranza, invece e spesso, sono coltivati già ampiamente dall'attività umana, e ancor più vantaggio traggono dalla inattività, cioè dal bizzarro volgere le spalle alla verità stessa. I «campi» sovietici, come e forse più di tutti i campi di concentramento della storia, appartengono alla seconda categoria. Questo è il vero. Questo è ciò che occorre ricordare alle future generazioni. Questo è ciò che Solženicyn ci ha tramandato.

Potrebbe apparire melenso e dolciastro scrivere di Solženicyn in termini commemorativi che si incentrassero esclusivamente sulle strette vicende della sua vita, e sarebbe del resto estremamente riduttivo tentare di ricordare le dure prove da lui affrontate in un così breve spazio. Del resto di Solženicyn si possono conoscere le vicissitudini in modo più o meno dettagliato proprio grazie alla sua stessa penna, che nella summa di sovietologia rappresentata da Arcipelago Gulag ha coagulato per sempre le terribili pagine di sangue di cui è intrisa la storia dell'Unione Sovietica.

Ciò che qui ci si propone, invece, è di analizzare il fenomeno storico-letterario di Solženicyn inquadrandolo e sistematizzandolo all'interno della più larga dimensione dell'Occidente, riferendolo anche, poiché con tutta evidenza sono chiari e cristallini i punti di contatto, alla specificità che è costituita dal nostro paese. Sembra, insomma, che a coloro che hanno letto l'opera di Solženicyn, e a quanti, soprattutto a sinistra, non si sono ancora premurati di colmare questa grave lacuna, sia sfuggita spesso la trama portante su cui si regge l'intero pensiero dell'autore.

Tutta la voluminosa ed angosciante storia raccontata in Arcipelago Gulag non è solo la trama di un bel libro magari da Nobel, non è la semplice tessitura di una ben composta autobiografia, non solo la raffinata costruzione di un'opera d'arte, ma è la voce d'una dimensione ben più profonda di ogni fantasia e di qualsiasi abilità letteraria: la coscienza. Come due violini che, duellando sempre più concitatamente fino all'ultima nota, suonano pur tuttavia la stessa musica, così in Arcipelago Gulag emergono le due anime di Solženicyn, espressioni diverse e policrome di una medesima straordinaria personalità; tra le righe si affacciano con tutta la loro magniloquenza, infatti, il Solženicyn vittima e scrittore da un lato e il Solženicyn pensatore dall'altro.

E proprio questo secondo aspetto è ciò che è più spesso e a torto tralasciato e che qui si desidera mettere in risalto. Sebbene già il giornalista francese Albert Londres, in un reportage nell'Unione Sovietica immediatamente post-rivoluzionaria, nel 1920, descrivesse così la tragedia che si consumava sotto i suoi occhi: «Lì dentro in queste mense. La porzione di immonda zuppa cade schizzando di qua e di là nei vari contenitori. L'ingoiano avidamente. E' l'ultimo stadio della degradazione, sono stalle per uomini. E' la terza Internazionale. Alla quarta si camminerà a quattro zampe. Alla quinta si abbaierà», fu Solženicyn per primo ad offrire un quadro sistematico e completo che, soprattutto dopo gli orrori del secondo conflitto mondiale, mostrasse al mondo che esistevano ancora delle atrocità che non potevano essere trattate con indifferenza e taciute per complicità ideologica.

Solženicyn si configura tramite la sua opera, quindi, da un lato come l'antesignano di quel Papa polacco che dal soglio di Pietro avrebbe vibrato duri colpi per abbattere la tirannide materialistica del titano sovietico, e dall'altro sembra incarnare il più genuino e solido pensiero occidentale su cui si scaglia la tempesta del relativismo che ha indotto gli storici a ricordare con più diligenza le atrocità naziste rispetto a quelle comuniste. Si tratta, in sostanza, di un Solženicyn che propone la diagnosi e la terapia all'occidente, indicando la deriva marxista come la malattia e la degenerazione relativista come aggravamento di quella; la cura è l'abbandono dell'indifferenza. La guarigione è affidata agli intellettuali, che non dovrebbero essere, come purtroppo sempre più spesso accade in Italia, complici di questa mentalità, ma avversi ad essa e difensori della verità e della libertà, così come lo furono Rostropovic, Zacharov, Safarevic, Solženicyn e tanti altri in Unione Sovietica.

Con la morte di Solženicyn ciò che si teme non è solo la scomparsa di un grande uomo, di un abile letterato, di un profondo pensatore, ma anche dell'autentico prototipo di intellettuale che lotta per la verità, cioè per la libertà. Ciò che si teme è che restino in vita solo le schiere di (pesudo)-intellettuali organici, così cari al gramscismo nostrano, e che figure come Solženicyn vengano dimenticate nel turbine del nichilismo che sempre più forte spira, soprattutto in Italia. E proprio l'intellettualismo marxista che affligge la nostra intellighenzia è la prova provata di quanto questi strimpellatori del proletarismo siano del tutto non liberi in quanto mai hanno dovuto davvero misurarsi con la difesa della libertà, cioè della verità.

E sovvengono in proposito, e a conclusione, le parole dello stesso Solženicyn: «Se agli intellettuali di Cechov, sempre ansiosi di sapere cosa sarebbe avvenuto fra venti-quarant'anni, avessero risposto che entro quarant'anni ci sarebbe stata in Russia un'istruttoria accompagnata da torture, che avrebbero stretto il cranio con un cerchio di ferro, immerso un uomo in un bagno di acidi, tormentato altri, nudi e legati, con formiche e cimici, cacciato nell'ano una bacchetta metallica arroventata su un fornello a petrolio, schiacciato lentamente i testicoli con uno stivale, e, come forma più blanda, suppliziato per settimane con l'insonnia, la sete, percosso fino a ridurre un uomo a polpa insanguinata, non uno dei drammi cechoviani sarebbe giunto alla fine, tutti i protagonisti sarebbero finiti in manicomio». Quanti dei nostri intellettuali sarebbero pronti a misurarsi con tutto questo? E quanti con il ricordo e la testimonianza di ciò che la persona di Solženicyn rappresenta?

Aldo Vitale

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