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numero 280
6 marzo 2008
 
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Cina. Essere o apparire?

di Enrica Bucciarelli - 7 agosto 2008

A pochi giorni dalla cerimonia d'apertura dei Giochi Olimpici la Repubblica Popolare Cinese è stata colpita da un attentato nel Turkestan orientale, l'area più meridionale della provincia dello Xinjiang. L'attentato è stato attribuito alla minoranza musulmana sufista degli Uiguri, etnia di ascendenza turca. Spesso relegato a un ruolo secondario rispetto alla questione tibetana, il contrasto fra Uiguri e governo di Pechino dura da più di vent'anni ed ha provocato centinaia di vittime. È stata, inoltre, una delle ragioni per le quali si verificò l'avvicinamento nella lotta al terrorismo internazionale fra Stati Uniti e Cina nell'immediato post 11 settembre.

L'attentato è una delle falle in quell'aurea di perfezione che Pechino ostenta fin dall'assegnazione dei Giochi. Stadi ed infrastrutture costruiti a tempo di record, una perfetta macchina organizzativa che ha visto il reclutamento di migliaia di volontari, cerimonia di apertura che si preannuncia spettacolare e che, a sentire le anteprime e a vedere le immagini rubate, va a magnificare la cultura e la potenza millenaria del paese. Tutto creato ad arte per mostrare al mondo gli splendori e la ricchezza che derivano dalla scelta della via dello sviluppo pacifico. In definitiva, una Cina che vuole mostrare di essere un paese all'avanguardia e di poter competere con i «grandi».

Tuttavia, il buonismo che generalmente circonda le Olimpiadi sarà questa volta sufficiente a mascherare tutte le incertezze riguardo alla Repubblica estremo-orientale? Escludendo le questioni macroscopiche del Tibet e della provincia dello Xinjiang, fortemente imperniate sui contrasti socio-economico-cultuali fra etnia dominante, quella Han, e etnie minoritarie la cui presenza è inevitabile su un territorio immenso come quello cinese, la lista delle questioni scottanti che coinvolgono la Cina è consistente. La Cina, innanzitutto, non brilla di certo per il rispetto dei diritti umani, anche basilari, e per il riconoscimento dei diritti civili. Dalla pena di morte passando per le politiche di pianificazione familiare in vigore fin dagli anni '60, quando si comprese che un veloce sviluppo demografico poteva essere d'intralcio a quello economico ed il cui culmine è la nota politica del figlio unico, la quale ha avuto come effetto collaterale quello di aumentare la discriminazione già presente nella società cinese fra uomini e donne a discapito di quest'ultime; dalle pessime condizioni di lavoro alla censura di stampa e media (allentata in occasione dei Giochi Olimpici ma comunque presente), non vi è dubbio che governi, organizzazioni internazionali e Ong hanno molto da recriminare e da chiedere.

In secondo luogo e dal punto di vista economico, la Cina persegue i propri obiettivi in modo sistematico. Il fallimento del recente vertice del Wto, dovuto anche, ma non solo, all'atteggiamento cinese è l'ultimo atto delle sue politiche economiche e commerciali, le quali si caratterizzano spesso per la loro indifferenza alle regole più basilari (ad esempio nella questione dei brevetti). Inoltre, la Cina, puntando sulla diversificazione delle fonti di approvvigionamento di materie prime, chiude spesso gli occhi sulle condizioni interne dei paesi fornitori ed utilizza il suo diritto di veto in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in modo da garantirsene la «fiducia».

Infine, ed estremamente connesso allo sviluppo economico, il problema della tutela dell'ambiente. Seppur parte del trattato di Kyoto, la Cina, come l'India, non è tenuta ad abbassare la soglia di emissioni inquinanti in quanto non ritenuta responsabile dell'attuale livello d'inquinamento. Però vedere interi laghi ricoperti da un tappeto verde di alghe e Pechino stretta nella morsa di una nube di smog fa pensare che il governo non stia perseguendo politiche ambientali efficienti ed efficaci. Alla luce di ciò rimane un dubbio: per essere «grandi» è sufficiente apparire?

Enrica Bucciarelli

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