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6 marzo 2008
 
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Mauritania. Un nuovo attentato alla democrazia

di Anna Bono - 9 agosto 2008

Il colpo di Stato del 6 agosto in Mauritania è l'ultima di una lunga serie di gravi violazioni delle regole democratiche verificatasi in Africa dall'inizio dell'anno. Come gli episodi precedenti richiede un intervento della cosiddetta «comunità internazionale» e ne mette alla prova gli organismi incaricati di vigilare sul rispetto della democrazia e dei diritti fondamentali: organismi che finora hanno del tutto fallito la loro missione, rendendo sempre più evidente quanto sia difficile incidere sulle scelte di uno Stato e inoltre quanto, in realtà, sia spesso debole la dedizione a tale missione, al di là delle dichiarazioni di principio. I casi più clamorosi sono quelli del Kenya e dello Zimbabwe, dove la volontà popolare espressa con il voto è stata apertamente disattesa.

Ma va incluso nel lungo elenco anche il Camerun, dove ad aprile il presidente Paul Biya, al potere dal 1982, ha ottenuto la soppressione della norma costituzionale che, limitando a due i mandati presidenziali ricopribili da una persona, gli avrebbe impedito di ricandidarsi di nuovo alla carica. Il 21 aprile, su proposta del Fronte sociale democratico, l'unico partito ad aver votato contro la riforma della costituzione, si è celebrata in Camerun una giornata di «lutto per la morte della democrazia», ma Biya non ha ricevuto neanche una nota di biasimo internazionale per la sua iniziativa, come d'altra parte nulla era stato fatto in precedenza per fermare o sanzionare i colleghi che prima di lui hanno preteso analoghe modifiche costituzionali: Idriss Déby, in Ciad, Yoweri Museveni, in Uganda, Zine el-Abidine Ben Ali in Tunisia (che alle presidenziali del 2004 è stato rieletto con il 94,5% delle preferenze!), Blaise Compaoré, in Burkina Faso. Ci avevano provato anche i presidenti di Zambia, Kenya e Nigeria, fermati però dall'opposizione interna.

Adesso, dunque, è la Mauritania a tradire per l'ennesima volta la democrazia e i valori che essa tutela. Un gruppo di militari, la mattina del 6 agosto, ha arrestato il presidente Sidi Ould Cheikh Abdellahi e il primo ministro Yahya Ould Ahmed Waghf e ha costituito un «Consiglio di Stato» alla guida del quale è stato posto l'ex capo della guardia presidenziale, Ould Abdel Aziz. Si è trattato di un «golpe bianco», senza spargimento di sangue, proprio come quello che nell'estate del 2005 aveva deposto Maaouya Ould Sid'Ahmed Taya mentre si trovava in Arabia Saudita per partecipare ai funerali di re Fahd. Allora i militari golpisti avevano costituito un Consiglio militare per la giustizia e la democrazia dichiarando di aver agito per porre fine al regime totalitario di Taya e impegnandosi «a creare le condizioni per una democrazia aperta e trasparente». Sono più o meno le stesse parole usate adesso dagli autori del nuovo colpo di Stato, i quali hanno assicurato di voler «preservare lo Stato di diritto, le libertà dei cittadini e le istituzioni democratiche esistenti» e hanno promesso «elezioni libere e trasparenti nel più breve tempo possibile».

Proprio come allora, Unione Europea, Nazioni Unite e Unione Africana hanno subito condannato l'accaduto riservandosi di intraprendere ulteriori passi. Nel caso dell'Unione Africana, nata nel 2002, il golpe del 2005 era stato il primo importante test di verifica dell'efficacia degli strumenti a sua disposizione per costringere i propri membri al rispetto delle istituzioni democratiche. Trascorsi tre anni, si può dire che il bilancio delle sue iniziative è tutt'altro che incoraggiante, anche includendo le inutili missioni di pace nel frattempo attivate in Sudan e in Somalia. D'altronde non miglior prova, almeno nel contesto africano, hanno dato altri, ben più collaudati organismi internazionali e regionali, a incominciare dalle Nazioni Unite. Nel 2005 il colpo di Stato in Mauritania era stato realizzato poche settimane dopo che il G8 di Gleneagles aveva incluso il paese tra le 27 nazioni povere altamente indebitate alle quali cancellare il debito estero multilaterale contratto con Banca mondiale, Fondo monetario internazionale e Banca africana per lo sviluppo. Quest'ultimo golpe segue di poco l'avvio del «Piano Africa» con cui il governo italiano intende promuovere più stretti rapporti di partnership economica con nove Stati africani, uno dei quali è appunto la Mauritania.

! Anna Bono
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