|
|||||||
|
|
Immigrazione. Bene Maronidi Filippo Salone - 9 agosto 2008 Parlare del tumultuoso processo di immigrazione in Italia senza impantanarsi nei fanghi del politically correct diventa, via via che aumentano i flussi di sbarchi, sempre più problematico. Dall'Europa, infatti, arrivano puntuali reprimende al governo italiano fondate sulla base del modello di integrazione solidarista, che già negli ultimi anni appare sempre più inadeguato - si vedano le recenti esperienze dei paesi scandinavi. E l'opposizione, insieme a tutto il «culturame» di sinistra, insorge rivendicando il sacro principio della fraternità dei popoli e della non discriminazione. Intanto nelle nostre coste continuano a sbarcare clandestini e dall'inizio dell'anno ad oggi viene stimato un afflusso record di più di 15.000 unità. Quasi il triplo rispetto al 2007. A fronte di questa poderosa invasione lascia pochi dubbi la decisione del buon ministro Maroni di estendere su tutto il territorio nazionale lo stato di emergenza immigrazione. Il provvedimento trae immediata legittimità dal fatto che, dinnanzi a questo copioso trend di arrivi, la ricettività dei Centri di accoglienza non è più sufficiente. Ma oltre ad esigenze logistiche, la svolta voluta da Maroni connota finalmente la ragionevole consapevolezza della drammaticità del fenomeno in atto. Consapevolezza che del resto paesi come la Spagna di Zapatero e l'Inghilterra dei laburisti - lo dimostra l'intransigenza delle loro politiche di immigrazione - hanno già da tempo acquisito. D'altra parte, se in Italia si continueranno ad abiurare scelte e politiche trancianti come quella adoperata da Maroni, il pericolo maggiore non si registrerà tanto nel breve periodo, quanto, piuttosto, sulla frontiera lunga dell'integrazione. La cultura buonista e solidarista, retaggio della vulgata sessonttina, preclude infatti ogni reale possibilità di impostare una politica razionale, alimentando pertanto una contrapposizione insana tra lassismo e xenofobia. I numeri non sono un'opinione. Se una massa tanto ingente di persone dovesse continuare a permeare i nostri confini in maniera così indiscriminata, per giunta in breve lasso di tempo, non ci sarebbe altra possibilità che assecondare le modalità di integrazione care agli schemi del multiculturalismo. Cosicché in Italia si finirebbe presto per considerare i diritti delle persone solo nel quadro di un più ampio diritto delle differenti comunità d'immigrati di radicare le proprie tradizioni i propri costumi e le proprie leggi interne. Finendo quindi per destrutturare il tessuto sociale comune e finanche l'apparato civile e normativo della Repubblica. Incuranti che laddove questa strada è stata seguita si è giunti a dei fallimenti storici. Le diverse comunità, nella maggior parte dei casi, si sono giustapposte, ignorandosi e addirittura contrapponendosi. Sovente - è il caso di alcune comunità di immigrati di seconda generazione in Ingilterra - si è persino creato terreno di coltura propizio per le forme più radicali di terrorismo. A questo punto c'è da chiedersi: perché nel momento in cui in tanti stanno tornando sui propri passi al governo italiano non si riconosce questa facoltà? Sia chiaro che nessuno vuole proporre di sbarrare le porte del nostro paese o fomentare una campagna discriminatoria nei confronti degli immigrati. E, del resto, anche se qualcuno cadesse nella trappola sarebbero le stesse esigenze del mercato del lavoro a smentirlo. Perché la capacità dell'immigrato di reperire sul territorio le risorse per il proprio sostentamento è la prova logica che esiste un interesse delle categorie produttive, e dunque un modus di integrazione pragmatico e non ideologico, all'accoglimento di manodopera non disponibile sul mercato interno. Proprio queste ragioni, però, imporrebbero di coniugare le ricadute positive di un fenomeno epocale con le legittime preoccupazioni degli italiani verso il perpetuarsi dell'ondata di flussi «non qualificati», ovvero di clandestini alieni ad ogni requisito minimo di adattabilità al nostro paese. Perché constatare che un pulmann di polacchi giunti a Piazza San Pietro crea meno problemi di una carretta del mare proveniente dalle coste libiche non è razzismo; è soltanto una realtà di fatto. Piuttosto che discutere storicisticamente sull'opportunità di principi quali solidarietà e accoglienza, sarebbe ormai improcrastinabile prevedere meccanismi di selezione «a monte» in base a degli standard di integrazione quali: l'istruzione, la capacità professionale, la disponibilità al riconoscimento e discernimento della lingua e del «modus vivendi» (tradizione, usi e costumi) del nostro paese. In tal modo, e solo dopo il trascorrere di un congruo lasso di tempo, la cittadinanza per naturalizzazione diverrebbe la meta di un percorso che inizia con la migrazione e si conclude con l'integrazione. Tutto ciò è certamente più facile scriverlo che realizzarlo. Ma se non si blocca l'invasione indiscriminata che si profila in questi giorni, ben presto scriverlo diverrà inutile e realizzarlo impossibile. Filippo Salone |
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.275 del 5/8/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||