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numero 280
6 marzo 2008
 
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Rossi di rabbia

di Raffaele Iannuzzi - 13 agosto 2008

Umberto Eco è un replicante di se stesso. Recita a soggetto: il suo. Da tempo immemore, ormai. Nell'ultima Bustina di Minerva (la rubrica che egli cura settimanalmente sull'Espresso) osserva con dotto cipiglio: «Come negli anni '40, ci sono fascisti al governo. Non solo loro, non più esattamente fascisti, ma che importa, si sa che la storia si dà una prima volta in forma di tragedia e una seconda in forma di farsa». Ipse dixit. Niente di nuovo sotto il sole: Eco è sempre il solito pseudo-guru risentito, ma è anche la cartina di tornasole dei problemi del Partito Democratico.

Letta insiste sul superamento dell'antiberlusconismo teologico, mentre Eco & Co. (ovvero: Scalfari, Flores d'Arcais, Moretti e compagnia cantante) sputano su qualsiasi idea di politica decente, su chiunque si avvicini alla destra - l'ultimo è non certo un cuor di leone, Giuliano Amato, ma tant'è: tutto si fa per la Causa. La tesi di Parisi è ancora oggi tutta in piedi: o congresso o morte. In ogni caso, radicale mutamento dello status quo. Costi quello che costi. Non basterà, però, neanche il congresso, a questo punto.

L'Italia è vulnerata spiritualmente da questi signori delle cattedre, incartapecoriti e fintamente filo-meritocratici, corporativistici prima di tutto nella testa: auctoritas, non veritas, facit legem. Right or wrong, it's my country. No, non la nazione che noi tutti conosciamo, l'Italia, ma la nazione ideologica in cui domina incontrastato il risentimento, l'avversario più pervicace dell'analisi obiettiva e delle soluzioni politiche. La realtà, per Eco & Co., è sempre occasione di memoria nera, infausta, ricordi d'infanzia, ovviamente i migliori, i meglio custoditi, i più sapidi, al pari delle memorie dei numi tutelari: la Repubblica italiana è lo scrigno di questi personalissimi gioielli memorialistici, il luogo dell'amarcord permanente dei soliti noti.

La questione, dunque, non è più meramente politica. Magari lo fosse. Si tratta di un gigantesco caso di distorsione cognitiva, che recupera i detriti ideologici per bombardare ad alzo zero qualsiasi germe di cambiamento. Non potrà mai darsi, in questa jungla del luogocomunismo, nessuna novità, nessuna verità altra dal De Veritate già scritto dalla Casta dei Penati italioti. Nada de nada. Il nulla. Nichilismo puro. La lingua, per costoro, è quel che disse, un giorno infausto, Roland Barthes: sempre fascista. La lingua degli altri. Ovviamente. E sulle ragioni altrui, loro, calano, poi, un pietoso velo. Rosso. Di rabbia.

! Raffaele Iannuzzi
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