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La XVII Conferenza mondiale sull'Aidsdi Anna Bono - 13 agosto 2008 Si è conclusa sabato scorso, dopo una settimana di dibattiti e incontri, la XVII Conferenza mondiale sull'Aids. L'evento, che le Nazioni Unite organizzano ogni due anni, ha visto affluire a Città del Messico 22.000 persone provenienti da 185 paesi, in rappresentanza del mondo politico, scientifico, medico e associazionistico. Tre anni fa l'Onu aveva proposto un impegno finanziario straordinario per riuscire, entro il 2010, a garantire a tutta la popolazione mondiale la possibilità di accedere a programmi di prevenzione e di cura della malattia. Nonostante un calo del tasso di mortalità e malgrado i passi avanti compiuti, è chiaro a tutti che questo traguardo non verrà raggiunto. Per ogni paziente che inizia un trattamento anti retrovirale si registrano tre nuovi sieropositivi e questo non è l'unico dato preoccupante diffuso a Città del Messico. Il 40% dei 2,7 milioni di contagi verificatisi nel 2007 riguarda giovani da 15 a 24 anni, tra i quali il tasso di contagio sale al 75% se si considera la popolazione femminile che costituisce inoltre il 61% dei sieropositivi. Dei due milioni di donne infettate dal virus Hiv che ogni anno rimangono incinte, appena il 34% è in grado di sottoporsi al pur semplice ed economico trattamento che consente di ridurre drasticamente il contagio da madre a neonato. Per quanto riguarda i bambini, durante la sessione plenaria per la prima volta dedicata a loro e ai loro problemi, è emerso che il 90% dei piccoli affetti da Aids vive in Africa subsahariana, dove abitano i due terzi degli ammalati del pianeta. Dal 1990 il numero dei bambini africani contagiati è cresciuto di otto volte e, tra di essi, quello dei decessi e dei contagi si è moltiplicato per tre; quelli finora resi orfani dall'Aids sono circa 12 milioni. L'aspetto più allarmante è la sempre più chiara percezione che la lotta alla sindrome da immunodeficienza acquisita non è che in parte una questione di soldi. Nel 2007 sono stati spesi 8 miliardi di dollari per far fronte all'epidemia. In Messico i paesi in via di sviluppo hanno chiesto un contributo di 6,4 miliardi di dollari a beneficio del Fondo globale per la lotta all'Aids, alla tubercolosi e alla malaria, l'organismo internazionale promosso dall'Italia durante il G8 di Genova del 2001 e già cospicuamente dotato di risorse finanziarie. Gli Stati Uniti hanno garantito 50 miliardi di dollari per i prossimi cinque anni. Si tratta di cifre enormi e altre se ne potranno reperire. Ma nessuna somma di denaro può rimuovere certi ostacoli che impediscono un'azione davvero efficace. Il primo, al quale è stato finalmente accennato durante la conferenza, seppure con non sufficiente vigore, è la mancanza di volontà politica da parte di troppi governi del Sud del mondo che, mentre reclamano fondi, sprecano e stornano risorse pubbliche, incuranti dei loro connazionali ammalati. Come se non bastassero i dati relativi alla corruzione praticata da capi di Stato, primi ministri, ministri e parlamentari, proprio alla vigilia della Conferenza di Città del Messico un'organizzazione non governativa africana con sede a Nairobi, Kenya, la African Research and Resource Forum, ha pubblicato un dossier nel quale si afferma che molte first ladies africane approfittano della loro posizione per rimpinguare i propri conti bancari dirottandovi parte dei fondi delle associazioni filantropiche e delle organizzazioni non governative che presiedono. Il dossier, tra l'altro, fa i nomi delle consorti dei presidenti di Kenya e Tanzania. Rientra in questo aspetto del problema la scarsità di presidi sanitari e di personale medico e paramedico indispensabili per la corretta somministrazione delle complesse terapie anti-Aids: i medicinali rischiano di giacere inutilizzati o di essere assunti senza adeguata assistenza con elevate probabilità di effetti collaterali negativi, tanto più se a farne uso sono persone debilitate non soltanto dalla malattia, ma da pessime condizioni di vita. Ancora più complicata è la prevenzione, la vera sfida da vincere. Nei paesi in via di sviluppo una serie di fattori culturali e sociali si oppone alle misure di precauzione necessarie al contenimento dell'epidemia: discriminazioni, soprattutto sessuali ed etniche, stigma sociale, promiscuità sessuale, istituzioni tradizionali - matrimonio precoce, circoncisione, mutilazioni genitali femminili - pratiche violente diffuse, come lo stupro, e superstizioni radicate. Tra queste ultime va annoverata la convinzione che avere rapporti sessuali con una vergine guarisca dalla malattia o ne renda immuni, responsabile della violazione di migliaia di bambine, persino neonate.
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Ragionpolitica, periodico on line n.276 del 13/8/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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