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La rimonta di John McCaindi Cristiano Bosco - 19 agosto 2008 Nell'estate del 2007 la carriera politica di John McCain sembrava essere giunta a un punto morto. In corsa per le primarie del partito repubblicano, la campagna elettorale del senatore dell'Arizona non riusciva a tenere il passo di quelle di avversari quali l'ex sindaco di New York Rudy Giuliani o l'ex governatore del Massachusetts Mitt Romney. Da candidato di spicco, a causa di alcuni errori nella gestione dello staff, di una forte opposizione da parte della base del partito e di una poco riuscita strategia di raccolta fondi, McCain venne in breve tempo etichettato come sicuro perdente: a luglio dello scorso anno nessun americano avrebbe scommesso un centesimo su di lui. Con le spalle al muro, McCain fu in grado di sfruttare a proprio vantaggio l'assenza di un candidato forte sul fronte repubblicano e, puntando tutto sulla sua politica della schiettezza (suo marchio di fabbrica è lo slogan «Straight Talk», «Parlare Chiaro»), fu protagonista di un'inaspettata ripresa, che lo portò a vincere prima nello stato chiave del New Hampshire, quindi a trionfare nel celebre Super Tuesday, infine a guadagnare la nomination del Grand Old Party. Il successo contro ogni pronostico, la rimonta del cosiddetto «underdog», colui che, dato per spacciato, affronta e supera ogni avversità, è una delle tante varianti del sogno americano. Un cliché, innumerevoli volte riproposto da produzioni cinematografiche e letterarie, a cui John McCain è ormai abituato. Solo qualche settimana fa, media e osservatori di tutto il mondo lo davano come sicuro sconfitto nella sfida alla superstar Barack Obama. Impossibile spostare le luci dei riflettori, puntate sul giovane senatore dell'Illinois, capace di infiammare le folle con straordinari sermoni e di disporre di enormi somme di denaro per la sua campagna. C'era già chi, tra gli addetti ai lavori, definiva la corsa alla Casa Bianca «di fatto terminata»: McCain, indietro nei sondaggi, con doti oratorie assai inferiori rispetto all'avversario e una campagna elettorale poco incisiva, avrebbe fatto meglio a rassegnarsi all'idea di una onorevole disfatta. Dall'altra parte, Obama, da sicuro vincitore, optava per un tour internazionale per consolidare il proprio vantaggio. Le cose sono andate diversamente: ancora una volta, a dispetto di ogni previsione, McCain ha saputo ribaltare una situazione di difficoltà a proprio vantaggio. Con una serie di attacchi mirati - compresi spot televisivi che criticavano lo status di celebrità di Obama o la sua immagine da «nuovo messia» - «Mac» ha puntato il dito sulla scarsa esperienza del candidato democratico, mettendo in dubbio la sua capacità a guidare una nazione (il leit motiv degli spot era «Is he ready to lead?», «È pronto a fare il leader?»). Obama ha male incassato il colpo. Giocando sulla sottile linea tra celebrità ed elitarismo, storico tallone d'Achille dei democratici, McCain ha scovato un lato scoperto dell'avversario, sul quale concentrarsi con una strategia d'attacco aggressiva, ma priva di colpi bassi. Come risultato una netta rimonta nei sondaggi, che ha portato all'attuale situazione di sostanziale pareggio. Gli scontri in Ossezia, avvenuti mentre il democratico si prendeva qualche giorno di vacanza, ha permesso a McCain di dimostrare la sua preparazione in politica estera, offrendo agli americani l'immagine di un leader politico capace di prendere posizioni concrete su crisi immediate, in contrasto alla più vaga e balbettante risposta di Obama. Quest'ultimo, nei giorni precedenti, ha inoltre dovuto subire il duro colpo dell'incarcerazione del sindaco di Detroit - suo sostenitore, nello stato decisivo del Michigan - e l'affondo (involontario?) dell'ex presidente Bill Clinton che, alla domanda «Barack Obama è pronto per fare il presidente?», ha dichiarato che «nessuno è mai veramente pronto», regalando così argomenti ai repubblicani. A qualche settimana dalle convention, quella che doveva essere una sfida già decisa in partenza è diventata un testa a testa dove ogni voto potrebbe essere decisivo. Barack Obama, dato per vincente da tutti i pronostici solo pochi giorni or sono, si trova ora a dover fare i conti con un rinvigorito avversario. Quel John McCain che, come dimostrato dalla storia, si sta specializzando in missioni impossibili e, nei momenti di massima avversità, riesce a dare il meglio di sé. Cristiano Bosco |
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Ragionpolitica, periodico on line n.277 del 19/8/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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