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numero 280
6 marzo 2008
 
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Paolo Mieli e la Commissione Amato

di Salvatore Sechi - 19 agosto 2008

La vicenda della cosiddetta «Commissione Amato» è di scarso interesse da un punto di vista politico. Lo è invece moltissimo da quello mediatico, soprattutto per quanto riguarda i rapporti (di uso improprio e sovrapposizione) tra politica e giornali. In altre parole: siamo in presenza di una montatura del Corriere della Sera. La vicenda, ora in via di esaurimento, misura il potere che un quotidiano ha di creare un evento politico per un interesse proprio. Proprio perché si tratta di un'incursione pericolosa, vale la pena di dipanare con qualche attenzione i termini della vicenda.

I fatti sono noti. Al sindaco di Roma, Gianni Alemanno, viene in mente l'idea di munire la sua Amministrazione di una Commissione analoga a quella istituita da Sarkozy in Francia e capitanata da Jacques Attali. Anche se è ancora un guscio vuoto, Alemanno propone di investire della sua organizzazione e direzione un politico momentaneamente con le mani conserte più che disoccupato, Giuliano Amato. Al pari di Alemanno, che informa Fini e Berlusconi, l'ex premier decide per il sì dopo che a battere ciglio sono stati Veltroni e i dirigenti del suo partito, il Pd. Per chi conosce la filiera (e i sentieri) del potere, la scelta individuale non esiste più.

In questi casi, un giornale, direi qualunque giornale modestamente europeo, avrebbe fatto due cose: cercare di capire precisamente quali funzioni dovrebbe avere la Commissione. In secondo luogo, informare i lettori di che cos'era e aveva fatto la copia originale, cioè la Commissione che in Francia il presidente Sarkozy aveva affidato al disoccupato consigliere di Mitterrand, Jacques Attali. In Via Solferino non fanno niente di tutto ciò. Con gusto altamente romanesco preferiscono montare la chiara, allungare il brodo. Come si faceva nella redazione de L'Espresso quand'era a corto di informazioni.

La Commissione Amato, proprio perché ha (o sembrava avere) il benestare di Berlusconi, Fini e Veltroni, viene elevata di rango. Non più un organo per la riforma delle istituzioni romane, cioè locali, ma un prezioso incunabulo, una sorta di cartina di tornasole della riforma costituzionale di cui i due schieramenti vorrebbero riprendere a tessere le fila. Paolo Mieli fa scattare l'elogio della bipartisanship, declinata come consociazione, accordo tra governo e opposizione sulle regole del gioco istituzionali. Il suo obiettivo è quello di rimettere in circolo il centrosinistra che i suoi editorialisti descrivono ogni giorno come male in arnese, senza una politica e una leadership condivisa. Per il Corriere, Amato è la carta di riserva. Mieli ne prepara la vestizione a segretario, ma nella sua sartoria cuce anche pomposi abiti presidenziali, cioè quirinaleschi.

Forza Italia, attraverso Gaetano Quagliariello e Fabrizio Cicchito, fa capire che la Commissione Attali ha imbandito ben poco. Per lo più banalità da gauche caviar. E comunque non si può partire da un organo che avrà la funzione di predisporre la lista di possibili riforme locali per farne il cavallo di Troia della grande riforma costituzionale. Un giovane collega storico, editorialista de La Stampa, Andrea Romano, getta acqua sul fuoco e apertamente ridicolizza il culto licenziosamente consociativo di cui il Corriere si è fatto bandiera. Dal momento che il centrodestra dispone di una maggioranza autosufficiente e la collaborazione col centrosinistra deve avere come teatro il parlamento e non la Commissione Amato, sarebbe bene piantarla di infinocchiare la gente, suggerisce Romano. Meglio attenersi alle regole elementari della democrazia politica, chiedendo al governo Berlusconi di mandare a regime il suo programma per il quale ha ricevuto un ampio mandato dagli elettori. Un ragionamento classicamente liberale.

A questo punto, la bagarre si scatena su Giuliano Amato. Piallato e crocifisso. Dall'interno del mondo accademico diessino c'è chi, avendo assolto per piaggeria e convenienza i comunisti per ogni infamia, gli ricorda che Alemanno sarebbe «un sindaco apertamente di destra». Dunque, una politologia da «provincia granda» piemontese (se non ci fosse il buon Luca Ricolfi a salvare la comunità scientifica). Altri ricordano che è stato due volte premier e di recente ministro dell'Interno. Non pare il caso che dopo essere diventato un politico di prima fila si rimpannucci nelle vesti del tecnico.

Un socialista arguto e dalla memoria lunga come Rino Formica rievoca particolari che avevano reso mordace Il Foglio. Per la penna all'intingolo del suo direttore, Giuliano Ferrara, più volte aveva rievocato l'immagine di Amato, i suoi rapporti con Bettino Craxi, il suo lungo silenzio quando esplode Mani pulite e dopo l'esilio in Tunisia. Nella seconda metà degli anni Novanta la decisione di fare coppia con D'Alema e poi con Prodi e Veltroni, cancellando parte della sua storia socialista, è vissuta come rinuncia a guidare una forza socialista di tipo nuovo, alla quale si dedicano generosamente Ugo Intini e Gianni De Michelis. Insomma, Amato ha fatto una sola volta il giacobino nella sua vita, quando si alleò con Antonio Giolitti per impedire a Bettino Craxi di spuntarla come segretario del Psi. In questo suo ruolo di oppositore, allorché accennava ad aprire bocca al microfono del Comitato centrale del Psi, veniva strapazzato da centinaia di fischi e sberleffi. Decise allora di mettersi a servizio pieno. Fece il consigliere del Principe, cioè dello stesso Craxi. Imparò a lasciarsi aperte mille vie di fuga, a non ballare una sola notte, a candidarsi a qualcosa di polposo, riuscendo a collaborare, in nome della neutralità della tecnica e delle competenze, con D'Alema e Prodi, Fini e Berlusconi, ecc...

Non è un gran quadro, forse anche perfidamente ingeneroso. Ma scartarsi dal Psi nel 1992 e convolare a nozze con i dirigenti dell'ex Pci, per un intellettuale e dirigente socialista, ha significato provocare delusioni e rancori non facilmente rimarginabili. Almeno tra gli uomini del Garofano, la famosa base che non fa festa con aragoste sul Tirreno. Amato ha saltato il fosso dal riformismo al post-comunismo inseguendo una personale vocazione per il potere in quanto tale, anche se servito con scienza e coscienza. Secondo Formica, chi fa il consigliere non è un politico, non ha voti. Tiene la groppa sempre ben addobbata per qualunque incarico lo possa mantenere, segnalandolo, nella mischia del potere. In secondo luogo, occorre una micidiale virtù: non seminare inimicizie, essere presente in qualche modo quando c'è la nuova spartizione degli incarichi di governo.

Costringendo i lettori a rileggersi la biografia di Amato, Paolo Mieli è riuscito a inguaiarlo ben bene. Il consenso di cui gode non sembra essere enorme. Perciò è probabile che faccia marcia indietro. Ma qual era l'intento del due volte direttore del Corriere della Sera? Credo quello di far dimenticare che durante le elezioni schierò il quotidiano a favore del centrosinistra. Venne sconfitto clamorosamente, ma a questo evento non ne seguì un altro che tutti si attendevano: cioè le dimissioni di Mieli dall'ammiraglia del gruppo editoriale Rizzoli-Rcs. Per la proprietà Mieli non è più una risorsa. Fa un quotidiano ricolmo di informazioni ritagliate ogni giorno dai palazzi romani. Rigonfia le cronache politico-politicanti. Disdegna l'economia e la politica internazionale. Ha pagine culturali da pianto. Le edizioni locali del Corriere sono anch'esse ispirate allo stesso principio, quello per cui la cucina politica è il centro del mondo (Il Corriere di Bologna, schierato col potere politico, ama rovistare anche nei fornelli da viaggio dei dirigenti diessini).

La proprietà vede accreditarsi in prestigio e vendite Torino. Qui Giulio Anselmi fa il prodigio di trasformare in un'ariosa finestra sul mondo una vecchia gazzetta subalpina, che da Genova in giù si lamentava di essere precipitata in Sicilia. Sembra proprio che per chi ha investito sul Corriere e dintorni Mieli sia diventato un problema. Il suo appoggio a Prodi (anche in questo caso La Stampa si è smarcata per tempo) non è stato ottuso, cioè un giuramento di fedeltà assoluta. Durante i venti mesi di governo le pagine del Corriere non gli hanno risparmiato punture di spillo. Anche se ora ospita le sentenze più implacabili verso il comportamento del grande assente dalla politica italiana, cioè del segretario del Pd, nel piano nobile di Via Solferino si chiedono se nello studio di Albertini, di sotto, non sia venuto il momento di cambiare cavallo.

Invece di continuare l'imbarazzante competizione sui due destrieri, la trovata della Commisione Amato consente a Mieli di benedire un matrimonio di convenienza tra Veltroni e Berlusconi. Assomiglia alla metafora di un male (personale) maggiore, cioè di doversi stracciare le vesti, e riempire i lacrimatoi, per il proprio sfratto dalla cabina di comando di Via Solferino. In fondo c'è sempre la presidenza della Rai che potrebbe accoglierlo al termine di una carriera rispetto alla quale Mario Missiroli, finito a scrivere (anzi a ricopiare) per Il Messaggero vecchi articoli redatti all'inizio del secolo per il quotidiano milanese, si sentirebbe umiliato. Meglio avere una spalla come Amato in qualche fiordo dei palazzi romani.

Salvatore Sechi

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Ragionpolitica, periodico on line n.277 del 19/8/2008
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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